I nostri occhi di kriptonite (guarda come siamo friabili…)

Che questa volta non potessi trovare scuse lo sapevo benissimo da me. Già quando comperavo i biglietti on line, l’ho fatto senza alcun esodo preventivo tra facebook e myspace: chi c’é c’è, io sono a Ferrara.

Si, insomma, la questione era tra me e Vasco, che dopo La Tempesta avevo ancora di più il bisogno fisico di vedermi un concerto dal capo alla coda, con annesso acquisto di cd e dialoghi monotematici per le ore a seguire.

Sette mesi dopo l’abbandono di due posti al Teatro Parenti, non ho imparato la lezione: acquisto ancora biglietti in coppia e poi mi preoccupo di trovare qualcuno con cui andare. Anche con qualcuno non necessariamente appassionato ma semplicemente paziente il minimo da farsi trascinare fino al Teatro Comunale di Ferrara e a subirne tutte le conseguenze.

L’aspetto preoccupante della faccenda é che, di solito, chi non lo ama lo detesta. Il “mi fa cagare” è l’alternativa più diffusa al mio usuale “lo adoro!“.

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Keith e i suoi figli

sto traslocando. tra 20 giorni circa dovrò lasciare l’appartamento in cui ho vissuto per gli ultimi 15 anni. l’unica casa che ricordi, in effetti. lì ho trascorso la quasi totalità della mia vita vigile. nel 1995 avevo 12 anni e facevo la seconda media, per capirci.

niente cresima, niente violazione delle promesse della cresima, niente alcol, niente sesso, niente musica, niente discoteche, niente albe lucenti, niente concerti. non c’erano trenitalia, scarabeo, vespetta, lancia y, ryanair nè A14. avevo addirittura una mountain bike, non era ancora comparsa la mia amata principessa!

era tantissimo tempo fa, in effetti. non è un caso se dentro il fondo degli armadi sto ritrovando poster dei Take That e, ancor più grave, di un gruppo di ignoti imberbi che risponde al nome di East17. chi saranno costoro? sul poster di Keanu Reeves in Speed e di Brad Pitt non transigo. anzi, sto seriamente pensando di portarli con me nella nuova dimora (se solo non ci fosse quell’odioso marchio di cioè…).

nel pertugio della libreria ho ritrovato un quadernino ad anelli, incastrato la tra Bibbia e le avventure di Tom Sayer (sì, va bene, forse avrei dovuto riordinare più spesso!). una copertina anni ’70 e degli anelli piccini picciò che mi fanno pensare fosse un regalo dalla Megera (quindi in origine di mio padre).

ci metto un attimo a riconoscerlo, appena aperto: il quadernino delle ricerche!  quaranta paginette minuziosamente numerate, con tanto di illustrazioni e note a fondo testo. titoletti con il trattopen rosso e grossi caratteri scritto a biro blu (come sono vintage, mi sto commuovendo!)

lo sfoglio nostalgica, pensando quanto sia un peccato buttarlo, e rimango letteralmente folgorata da una misera ricerchetta di due facciate. esattamente tra “la religione egizia” e “l’invenzione della stampa“, oltre 15 anni fa ho adempiuto alla ricerca di musica segnando forse il mio destino per sempre.

“Strumento musicale a 6 corde, costituito da una testa, un manico a tastiera e una cassa di risonanza forata, a fondo piatto in forma di otto e con ponticello che fissa le corde dall’altra parte.”

…povera me.

credenziali

vagavo nelle prime luci del giorno, confidando speranzosa di trovare il cantone a cui avevo affidato le mie 4 ruote. nel mentre riflettevo. nonostante i capelli arruffati e la precisione del trucco inevitabilmente abbandonata su un cuscino non mio. al dilà dell’emicrania, delle membra stanche quasi dolenti e dello stomaco sotto sopra, riuscivo a riflettere.

è come se portare il proprio fisico ai limiti delle sue capacità comporti un conseguente ingresso in una dimensione di incoscienza straordinariamente lucida.

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But could you walk and talk at the same time?

[ovvero: quando Serendipity funziona.]

To the left, to the left
To the left, to the left
To the left, to the left

Everything you own in the box to the left
In the closet that’s my stuff, yes
If I bought it please don’t touch

And keep talking that mess, that’s fine
But could you walk and talk at the same time?
And it’s my mine name that is on that tag
So remove your bags let me call you a cab

Standing in the front yard telling me
How I’m such a fool, talking about
How I’ll never ever find a man like you
You got me twisted

You must not know ‘bout me
You must not know ‘bout me
I could have another you in a minute
Matter fact he’ll be here in a minute, baby

You must not know ‘bout me
You must not know ‘bout me
I can have another you by tomorrow
So don’t you ever for a second get to thinking you’re irreplaceable

So go ahead and get gone
And call up that chick and see if she’s home
Oops, I bet ya thought that I didn’t know
What did you think I was putting you out for?

Because you was untrue
Rolling her around in the car that I bought you
Baby you dropped them keys
Hurry up before your taxi leaves

Standing in the front yard telling me
How I am such a fool, talking about
How I’ll never ever find a man like you
You got me twisted

You must not know ‘bout me
You must not know ‘bout me
I can have another you in a minute
Matter fact he’ll be here in a minute, baby

You must not know ‘bout me
You must not know ‘bout me
I’ll have another you by tomorrow
So don’t you ever for a second get to thinking you’re irreplaceable

So since I?m not your everything
How about I’ll be nothing, nothing at all to you
Baby I won’t shed a tear for you, I won’t lose a wink of sleep
‘Cause the truth of the matter is replacing you is so easy

To the left, to the left
To the left, to the left
To the left, to the left
Everything you own in the box to the left
To the left, to the left
Don’t you ever for a second get to thinking you’re irreplaceable

You must not know ‘bout me
You must not know ‘bout me
I can have another you in a minute
Matter fact he’ll be here in a minute, baby

You must not know ‘bout me
You must not know ‘bout me
I can have another you by tomorrow
So don’t you ever for a second get to thinking, baby

You must not know ‘bout me
You must not know ‘bout me
I can have another you in a minute
Matter fact he’ll be here in a minute

You could pack all your things, we’re finished
(You must not know ‘bout me)
‘Cause you made your bed, now lay in it
(You must not know ‘bout me)
I can have another you by tomorrow
Don’t you ever for a second get to thinking you’re irreplaceable

come dire…

Fare l’amore in mansarde polverose, su letti travirgolette, fatti di materassi gettati a terra. Dormire poco, nel turbine dei pensieri che nell’alba bluastra diventano film muti.

– ma che ore sono?

– è quasi giorno. Chiudi la tenda. Lasciala fuori, la luce

A piedi nudi in bagni precari, frugare il fondo di un tubetto per un po’ di dentifricio

– vado che faccio tardi in ufficio.

– quando lo lasci questo lavoro?

– quando trovo il coraggio.

Passare ore in macchina, sotto la pioggia, a sezionare un cd. Ridere, goderne, assaporare quelle ore lunghe e senza fretta, fatte di parole e confessioni. Aprire discretamente angoli reconditi e sofferenti di queste vite imperfette che portiamo avanti con coraggio. A testa alta. Prendere coscienza, nitidamente, delle direzioni diverse verso cui la vita ci spinge. Distogliere altrove lo sguardo e poi vivere per non morire. Sopravvivere. Anche mangiandosi l’un l’altro il cuore.

Ignorarsi e soffrire. Celare ogni cicatrice dietro un’indifferenza stoica e friabile. Addio, fottiti. Ma aspettami. E nell’attesa scoprire tesori nascosti nella propria persona che tutta la superficialità del quotidiano aveva sepolto. Tirarli in superficie a fatica, dal cumulo di macerie dell’abitudine. Scoprirsi. Amarsi. Con me non devi essere niente. Per me stessa mi basto così. Che sollievo!

Pedalare nella luce tersa delle sere di giugno. Tornare a casa e tirare le somme di giornate senza valore, di una sopravvivenza a cui ti stai abituando controvoglia. Fare amicizia con quella voce che ti accusa dal fondo del petto. Giurarle che smetterai di tradirla ogni giorno un po’ di più. Prima o poi smetterai. Gli occhi liquidi dietro le lenti scure. Pedalare più forte. Ma lo sai che prima o poi ci cascherai ancora… ma non è importante. Capirci qualcosa. Capirci te. Perdenti per sempre perfetti per oggi.

Rinvenire al suono della sveglia. l’iPod che suona dalle casse. Voglio fare tutto. Ma tutto non si può fare.

Ma qualcosa potrò pur farlo.

“…da due lire”

come quando si sturano le orecchie. all’improvviso, uno starnuto, uno spavento o semplicemente nulla. con un solletico leggero senti quel manto di nebbia acquosa che scivola giù sui lobi e ti restiusce il tuo posto nel mondo dei rumori.

come quando ci si sente soli e poi si scopre un mondo in una canzone.

perciò a quanto pare non sono sola. e non sono incompresa. né insensata. o imprevedibile, nelle mie seriali ricadute e nei miei bisogni inconsapevoli.

ah. e a quanto pare non passerà mai.

[del perchè mi piace la musica e scoprirla quando è il suo momento. il nostro momento.]

Venere su tutto, nonostante Marte

è che quando i presagi non sono tanto chiari è tutto più difficile. o più facile.

è stato facile azzerare le aspettative, per esempio. “tanto il disco mi ha già stufato” pensavo. mi ero truccata nel bagno dello studio, un attimo prima di sapere che Barbie FotoClick aveva tamponato, che l’IndieDoc era in ritardissimo e che la Zia Rock aveva un biglietto in più rimasto invenduto (e io detesto i biglietti invenduti! sono come il gelato dimenticato fuori dal frigo. come un gran figo che non sa slacciare il reggiseno!).

la sconvolgente verità è che ho mantenuto la calma, senza neppure sforzarmi troppo. è che guidare alle otto di sera su una A14 trafitta da un sole abbagliante che cala drittodritto sui parabrezza delle auto ti inibisce ogni preoccupazione. soprattutto se sul naso hai dei salvifici Annabelle e sotto un portentoso correttore a stuccare il recente moto d’ira del tuo mento purulento. (Stronzo, stronzissimo brufolo! una volta urlatolo allo specchio del bagno mi ero calmata, non prima  di essermi praticamente bevuta un’intero roll-on antimperfezioni, però.)

non ero preoccupata, dicevo. nonostante i presagi ambigui e i rischi presi nell’accostare così tante prime donne su un’unica fila a teatro. la FotoClick stanca e forse non di ottimo umore mi faceva pensare che stessi forzando la mano, che potevo anche mollare la presa. e invece no, un suo sguardo e ho saputo che la mia presa era morbida e delicata, affatto fastidiosa. il sorriso smagliante della biondissima ZiaRock e del suo seguito di bionde un po’ groupie e un po’ mamme ci stava catapultando nella giusta atmosfera. la spumeggiante Indie Doc che si era portata le pailettes e il sorriso ha fatto il resto.

poi quel piccolo teatro che è una coccola per gli occhi e per il cuore e sentirci tutte magicamente amalgamate che dopo i Pisani e il loro show (decisamente perfetto!) la voglia di rimanere insieme ci ha tirate dentro una pizzeria deserta a rimbambire di chiacchiere i due poveri maschietti malcapitati.

e pensi che come druida sei un po’ scarsa, perchè qui di presagi ne avresti dovuti trovare di migliori. che una serata così è come una rara perla di luce, da tenere nelle tasche e stringere forte nei momenti difficili. in questi momenti, per esempio.

[del pensare per tutto il concerto che sarebbe piaciuto da morire anche a lui… ne si riparla, eh.]

redenzione/perdizione

l’alba del giorno dopo arriva sempre più di una volta. arriva prima che sorga il sole, quando nel cuore di una notte troppo pensierosa sei sveglia al buio e sei tentata di comporlo ancora, quel maledetto numero. arriva quando a metà mattina il telefono di casa squilla e tu lo maledici, sapendo che è lei, la Megera, che se non fa la stronza di sabato mattina non è felice. e poi la chiave che gira nella porta e tuo fratello approda a casa e ti riporta a quelle che sono le cose che ti sei lasciata da fare. in realtà continua ad arrivare per tutto il giorno, mentre ti aggiri nervosa per casa, andando e venendo dal pc con la sola preoccupazione di sapere perchè ancora, dopo due anni, non riesci a capire com’è fatto.

è che dopo due anni, farsi sfuggire l’occasione di vivertelo per un po’ ha un mare di altri significati. su tutti forse la cicatrice che ti è rimasta, non volendo.

così, quando compare e si gongola provocatorio per l’ennesima vittoria, ti viene solo voglia di baciarlo e alla fine dei conti ti risolvi che ti odi ma non puoi farci nulla se lo vuoi così. e ti picchieresti perchè lo sai di essere una stronza, di quelle della peggior razza, di quelle che non se ne rendono nemmeno conto ma poi pensi anche che ogni tanto potrebbe lasciarti vincere che di due di picche te ne ha rifilati molti di più di quanti oggettivamente senti di poter meritare in una vita.

quando a metà pomeriggio pensi di averla riacciuffata, una seconda chance, ti calmi e finisci per riuscire anche nell’intento di sbrigare i compiti del sabato e di goderti quella inaugurazione che sai essere una cosa lontana dal tuo gusto ma che in fondo non vuoi mancare.

così ti ritrovi pronta ed operativa con un largo anticipo sulla serata, perchè, in fin dei conti, hai optato per quella versione di te comoda e collaudata che non devi dimostrare più di tanto, devi solo sentirti sexy e sicura quel poco che basta per non indietreggiare ancora.

è che quando sferra l’affondo, maledetto, dissimulando impegni con le tette dietro ad altro, fa terribilmente male alla fragile serenità che hai recuperato con le unghie nel corso di tutta la giornata.  come se vincere non fosse abbastanza… e tu con le ciglia lunghe e gli orecchini ai lobi ti ritrovi sciolta sul divano, destrutturata e priva di qualsiasi voglia di mettere il naso fuori di casa. vorresti le coccole. vorresti piangere. vorresti una vasca di gelato o semplicemente dello stracchino che non sia light.

poi il telefono squilla provvidenziale e di là c’è chi ti dice che dopo cena si va a ballare il rock in romagna e tu pensi che un po’ di pogo e una sudata non possono che farti bene. e poi la meraviglia è che sei anche pronta, già perfettamente a tema: comoda, ammiccante e marcatamente rock. così ti obblighi ad uscire e rimandi l’abbruttimento a qualche ora dopo.

salvo poi vedere miseramente sfumare l’opzione capannone rockeggiante con un prepotente riemergere della classica movida per i circoli cittadini. ed è lì che arriva provvidenziale The Newyorker, appena rientrato a ringiovanire il suo visto in terra patria, che se ne esce con la parola magica che sin dai tempi del liceo è indiscusso sinomino di pulsante trasgressione. e ti si ferma il sangue per un istante mentre, a dispetto della stanchezza, delle finanze non proprio floride e del dichiarato cattivo umore, non riesci a trattenerlo quel “” lascivo e sognante che ti garantisce un passaggio per la perdizione.

e ti ritrovi immersa nelle paiette, nell’ambiguità come regola aurea, nelle sonorità martellanti, negli occhiali da sole nel cuore della notte (che questa è l’unica cosa che non capirai mai, sul serio). e sei come catalputata indietro nel tempo, ai tempi in cui la chimica ti cresceva tutta attorno e resistervi è sempre stata la tua stoica battaglia. e lì, adulta e forzatamente astemia, pensi che sì, in fondo, si può anche sopravvivere senza.

e più che sopravvivvere direi rivivere, redimere ogni senso di colpa, ogni pudore, ogni pensiero vagamente spiacevole. frugare nella grande borsa da escort che non ti separa mai, legare una coda da amazzone sopra la testa, benedire il tuo eyeliner onnipresente e portare in mezzo alla pista il kilt vagamente punk e la t-shirt da rocker. trasformarsi in un pupazzo a molla. ritrovarle le smorfie incontrollabili che a cui ti lasci andare felice mentre in una costante sfida con te stessa ondeggi, rimbalzi, ridi, sei sul pezzo, sudi.

è in quel turbine liberatorio che le senti scivolare sulle gambe accaldate ed avvicinarsi al bordo della gonna. e mentre con finta disinvoltura tenti di riportare le autoreggenti ad un livello meno pericoloso, hai la fugace visione della parte sexy che hai nascosto furbina sotto le pieghe scozzesi. e ti viene tanto da ridere, perchè ora ti è tornato in mente: bisogna essere un po’ pirla a lasciarti a casa!

il tarlo nel sistema

il critico musicale/televisivo di youtube dev’essere un alcolista impasticcato al limite dello stato vegetativo che affida il proprio lavoro ad un pallottoliere manovrato da uno scoiattolo strafatto di LSD. è l’unica spiegazione che riesco a darmi. perchè, sinceramente, non c’è la bencheminima connessione con ciò che lui ricorda io abbia guardato e ciò che di conseguenza lui mi suggerisce di guardare.

qualche breve esempio:

ti suggerisco di guardare il trailer originale di DOMINO (film STRAFIGO, lo consiglio a chiunque, pure se sei una fissata di Hello Kitty, che secondo me ti piace lo stesso!) perchè hai già guardato il trailer di Se solo fosse vero (peraltro al solo scopo di completezza per questo meraviglioso luogo che chiamo blog).

e ancora, miglioriamo. ti suggerisco di guardare Star Wars – Luke I am your father (struggente e intenso momento della Saga più grandiosa di sempre) perchè hai già guardato Harry ti presento Sally – scena della ola (cito testualmente: “quel sintomo si scopa mia moglie“)

ma il mio abbinamento preferito di oggi rimane questo: ti suggerisco di guardare Arcadia HS at the 2008 Arcadia Band Review (non me ne vogliate, ma non ho colto il suggerimento a pieno. da ciò che ho intuito pare sia una competizione tra bande, di quelle con le uniformi, gli sfigati della scuola, che suonano e camminano e c’hanno le majorette…) perchè ho guardato IL DISORDINE DELLE COSE – Live @ Red Tv – Fuoriporto (video con cui mi sono convinta ad andarli a vedere e li ho letteralmente ADORATI!)

tutto ciò per dire che, oltre a non accettare caramelle dagli sconosciuti, non si dovrebbero mai, e dico MAI, accettare i consigli non richiesti. perchè a sbagliare sono bravissima da me, grazie!

N.B.: per Il Disordie delle Cose, vedere, tra l’altro, qui.