To Blonde or not to Blonde

il mio migliore amico è Biondo. ha una lunga chioma bionda natulare, che tiene raccolta in un ciuffo/codino sulla testa. una specie di beckam prima maniera ma più skazzone. molto più skazzone.

ha perso la fissazione per le camice e per il look fintamente trasandato di qualche anno fa. tipo mi girava con la camicia fuori dal pantalone, l’abbronzatura faticosamente guadagnata a suon di olio di cocco e ore sotto al sole, la barba incolta, il jeans sdrucito e la tracolla di tela. ti prego!

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Mr. Brianza

come si fa a vivere in provincia? cioè, davvero, io una volta son stato a Bologna… che brutta…

vedi Mr. Brianza, sono mesi che penso che in fin dei conti tu sia un povero pirla per il solo fatto di portela questa domanda, così, in questa forma, con questa superficialità. Continua a leggere

colpi all’ego

son tornata a casa con la sensazione di avere la febbre. è iniziato dal risveglio, un malessere diffuso che è andato crescendo e alle 8.00 la nitida sensazione di essere febbricitante. mi son buttata a letto a fianco a mamma, in cerca di coccole. il termometro infilato sotto al braccio e la fronte sul cuscino. vago tremore, testa pesante, sonno coatto.

ho controllato la temperatura. ad un primo sguardo la colonnina blu sul 37.2. (ecco. appunto.) poi non so che l’è preso ma… ha cominciato a scendere!!! ho riprovato e di nuovo stessa pantomima: saliva poi la guardavo e … SCENDEVA!

senti un po’, specie di termometro impotente, parliamoci chiaro: a me ‘ste cose qui NON succedono, ok?!

volato nel cestino per direttissima ed io dritta sotto le coperte, che il bacio della mamma sul collo non sbaglia mai.

2000

che i suoi sono al cinema.

che domani non c’è scuola.

che stasera fa freddo.

che magari in discoteca ci vado sabato prossimo.

o magari non ci vado che a lui non piace.

che poi il cinema è comunque bello.

…che io lo so che sarà per sempre.

in medio… goffitas

ebbene sì, esistono i grigi. non mi riferisco solo agli uomini sexy pur con un po’ di Sale&Pepe tra i capelli. intendo nella vita.

ci sono Bionde fatali perennemente fluttuanti su vertiginosi twelve e Brunette voluttuose e altamente pragmatiche che si staccano dal suolo a suon di poesia e rock bastardo. nel mezzo ci sono i grigi. nel mezzo ci sono io, che sono troppo alta per i twelve. che ho dei super piedoni per poter portare tacchi alti troppo a lungo (il famoso numero in più per me non esiste, ahu!). che amo il rock bastardo e i saldali raso al suolo da portare sotto alle gonne lunghe, soprattutto in estate.

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“…da due lire”

come quando si sturano le orecchie. all’improvviso, uno starnuto, uno spavento o semplicemente nulla. con un solletico leggero senti quel manto di nebbia acquosa che scivola giù sui lobi e ti restiusce il tuo posto nel mondo dei rumori.

come quando ci si sente soli e poi si scopre un mondo in una canzone.

perciò a quanto pare non sono sola. e non sono incompresa. né insensata. o imprevedibile, nelle mie seriali ricadute e nei miei bisogni inconsapevoli.

ah. e a quanto pare non passerà mai.

[del perchè mi piace la musica e scoprirla quando è il suo momento. il nostro momento.]

Venere su tutto, nonostante Marte

è che quando i presagi non sono tanto chiari è tutto più difficile. o più facile.

è stato facile azzerare le aspettative, per esempio. “tanto il disco mi ha già stufato” pensavo. mi ero truccata nel bagno dello studio, un attimo prima di sapere che Barbie FotoClick aveva tamponato, che l’IndieDoc era in ritardissimo e che la Zia Rock aveva un biglietto in più rimasto invenduto (e io detesto i biglietti invenduti! sono come il gelato dimenticato fuori dal frigo. come un gran figo che non sa slacciare il reggiseno!).

la sconvolgente verità è che ho mantenuto la calma, senza neppure sforzarmi troppo. è che guidare alle otto di sera su una A14 trafitta da un sole abbagliante che cala drittodritto sui parabrezza delle auto ti inibisce ogni preoccupazione. soprattutto se sul naso hai dei salvifici Annabelle e sotto un portentoso correttore a stuccare il recente moto d’ira del tuo mento purulento. (Stronzo, stronzissimo brufolo! una volta urlatolo allo specchio del bagno mi ero calmata, non prima  di essermi praticamente bevuta un’intero roll-on antimperfezioni, però.)

non ero preoccupata, dicevo. nonostante i presagi ambigui e i rischi presi nell’accostare così tante prime donne su un’unica fila a teatro. la FotoClick stanca e forse non di ottimo umore mi faceva pensare che stessi forzando la mano, che potevo anche mollare la presa. e invece no, un suo sguardo e ho saputo che la mia presa era morbida e delicata, affatto fastidiosa. il sorriso smagliante della biondissima ZiaRock e del suo seguito di bionde un po’ groupie e un po’ mamme ci stava catapultando nella giusta atmosfera. la spumeggiante Indie Doc che si era portata le pailettes e il sorriso ha fatto il resto.

poi quel piccolo teatro che è una coccola per gli occhi e per il cuore e sentirci tutte magicamente amalgamate che dopo i Pisani e il loro show (decisamente perfetto!) la voglia di rimanere insieme ci ha tirate dentro una pizzeria deserta a rimbambire di chiacchiere i due poveri maschietti malcapitati.

e pensi che come druida sei un po’ scarsa, perchè qui di presagi ne avresti dovuti trovare di migliori. che una serata così è come una rara perla di luce, da tenere nelle tasche e stringere forte nei momenti difficili. in questi momenti, per esempio.

[del pensare per tutto il concerto che sarebbe piaciuto da morire anche a lui… ne si riparla, eh.]

se fosse un film

– hai presente quel sogno, in cui sei nuda in piedi davanti a tutta la scuola?!

inizierebbe così. sarebbe una conversazione di quelle nevrotiche, con le parole a rincorrersi ed una infinita serie di striduli “Oddio!” appoggiati qua e là. saremmo ridicole, inseparabili, vestite allo stesso modo e più giovani. perchè nell’immaginario collettivo alla nostra età si smette di fare cose ridicole. alla nostra età si ha raggiunto la pace dei sensi, si è sistemate, si procede a lunghi passi verso l’altare, per esempio.

NO. mille volte NO. alla nostra età non si ha nulla di chiaro in testa. ma non si dà nulla per scontato, però, perchè una cosa l’abbiamo imparata: la volta che pensi di avercela fatta, arriva un sorcietto sciatto che ti fotte sotto il naso! e poi, alla nostra come a tutte le età del mondo, non si smette di essere goffe, che le strafighe che fanno le detective in tacco 12 ci sono solo sullo schermo.

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emosinistride

mi aggiravo a bordo della Dodo, nella luce liquida della sera d’aprile. una luce da bere, mentre si specchia incolore sul mare della baia. ero andata a berne un po’ assetata, prima di tornare a casa da mamma. sul sedile accanto a me un fascicolo che pesa come un neonato. non sono così tranquilla su quest’ultima faccenda. quando mi porto a casa il lavoro è più per entrarci in sintonia, per toccarlo, per portarmelo nei sogni, per farlo entrare nell’inconscio, che da lucida non funziono sempre.

bevevo luce,  dicevo, mentre gli ZenCircus blateravano eleganti insulti all’intera società di cui io ho sempre fatto parte. a volte rido di tutto questo. altre di tutto quello. tendo comunque a riderne.

ripensavo alla mia giornata: un mercoledì come altri, a cavallo tra due weekend che per i più sono festivi, per me sono lavorativi. la stranezza è che sarà lavoro retribuito e di questi tempi è strano, davvero.

era iniziata come sempre ma lievemente diversa, facendo colazione con la mamma, come una volta. una cosa che avevamo e che il 16 agosto ci ha portato via, insieme a tanto altro. a lei più che a me, a dirla tutta. ero andata al lavoro in macchina nel sole, con il nuovo cd fresco di masterizzatore a girare nell’autoradio. capricciosa e viziata stavo come al solito trovando qualcosa da fare che fosse altro rispetto alla fastidiosa incombenza che mi aspettava alla scrivania.

“qualcuno ha voglia di andarmi a comprare delle marche?”

in un attimo ero già nel sole, Annabelle e ballerine svelte, lungo le stradine del centro. un radioso sorriso alla tabaccaia ed un dettagliato elenco piuttosto lungo. pensieri leggeri e distratti mentre lo sguardo si aggirava sugli scaffali incurante. e l’ho visto.  come un film in un oggetto. susseguitesi nella testa immagini, musiche, voci. un sorriso complice con me stessa. l’acquisto.

a pranzo l’estetista, che solidale mi incastra tra gli appuntamenti delle viziate signore, concedendomi i ritagli di tempo, con orecchie attente e curiose, su tutto ciò che riguarda la mia vita del momento. ascolta, chiede, commenta. mentre mi rivestivo lei ripuliva il lettino. si è bloccata un attimo, fissandomi in un improvviso silenzio. “ma tu che forza hai?!” mi ha chiesto scrutandomi, quasi cercando una batteria aggiuntiva o semplicemente la falla del mio muro. non l’ha trovata. il mio muro di gomma non ha falle, ha pieghe. ho sorriso, distogliendo lo sguardo. “certe cose ti crescono, per forza“. ho fatto spallucce e lei ha capito il senso del tutto, stupita, ammirata ma per niente distante. mi ha fatto sentire bella, non tanto per le gambe più liscie, no. mi son sentita donna, che in questo momento mi ci sento spessissimo.

pagando, nella borsa ho trovato il mio acquisto. e mi sono sentita bene. ho riso di nuovo. perchè sono in piedi sulla mie gambe. e non a stento, no. ballo. rido. prendo il buono di ogni giorno e faticosamente ricostruisco una vita spazzata via da un ciclone. sono uscita nel sole abbagliante con una nuova forza. cosa che non ti aspetti da una ceretta, di solito.  ho preso il telefono e composto il numero, d’istinto.

– ho voglia di uscire…
– io no.
– ok.

pensavo questo mentre bevevo la luce della sera che da dietro le colline salutava la distesa di liquido argento del mare. pensavo a quanto quel piccolo film da asporto fosse solo mio. pensavo al mio muro che non si crepa e alla mia luce che si ricarica con un tramonto e non chiede altro. pensavo a tutto ciò mentre rientravo in casa sorridente e mettevo quiete e luce nelle crepe altrui. spegnevo il telefono e sorridevo. non ho smesso di sorridere. quasi fossi ubriaca.

di me.