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quando la vita ruzzola via dalle mani di chi la crede perfetta ed inalterabile tutto finisce per seguirla. a rotolare giù per un pendio senza fine. sempre più giù.

giù il lavoro. giù la dieta. giù l’amore.

il cuore duro come un marmo. nessuna pietà. nessuno spiraglio. lasci enormi vuoti da riempire con l’alcol, il dolore e i dubbi. ti ricordi com’era quando DAVVERO dubitavi di tutto. smetti di credere a qualsiasi cosa.

ruzzola persino l’unica cosa che sai che non ti abbandonerà mai. in due parole di troppo e una ferita in più. che sai che potresti passarci sopra come nulla fosse. ma questa proprio non la volevi santire. nessuno spiraglio, nemmeno per lui, tuo fratello.

poi anche quel burrone ha una fine, o semplicemente si schianta su qualcosa. sul sangue. che non c’è niente più forte di quello. per quanto terribile e spietato possa essere non vincerà.

che comunque vada mio fratello ci sarà

stream of me #1

NUDI

pallidi e incerti.
rotto lo specchio.
pezzi di me scomposti sul pavimento.
pezzi di me rotti con lui.
pezzi che odio e rimprovero a lei.
pezzi di lei che mi guardano.
piccole gocce vermiglie dalle piante palide.
passi come ferite. passi che fanno paura.
passi da compiere. per me. con lei.

redenzione/perdizione

l’alba del giorno dopo arriva sempre più di una volta. arriva prima che sorga il sole, quando nel cuore di una notte troppo pensierosa sei sveglia al buio e sei tentata di comporlo ancora, quel maledetto numero. arriva quando a metà mattina il telefono di casa squilla e tu lo maledici, sapendo che è lei, la Megera, che se non fa la stronza di sabato mattina non è felice. e poi la chiave che gira nella porta e tuo fratello approda a casa e ti riporta a quelle che sono le cose che ti sei lasciata da fare. in realtà continua ad arrivare per tutto il giorno, mentre ti aggiri nervosa per casa, andando e venendo dal pc con la sola preoccupazione di sapere perchè ancora, dopo due anni, non riesci a capire com’è fatto.

è che dopo due anni, farsi sfuggire l’occasione di vivertelo per un po’ ha un mare di altri significati. su tutti forse la cicatrice che ti è rimasta, non volendo.

così, quando compare e si gongola provocatorio per l’ennesima vittoria, ti viene solo voglia di baciarlo e alla fine dei conti ti risolvi che ti odi ma non puoi farci nulla se lo vuoi così. e ti picchieresti perchè lo sai di essere una stronza, di quelle della peggior razza, di quelle che non se ne rendono nemmeno conto ma poi pensi anche che ogni tanto potrebbe lasciarti vincere che di due di picche te ne ha rifilati molti di più di quanti oggettivamente senti di poter meritare in una vita.

quando a metà pomeriggio pensi di averla riacciuffata, una seconda chance, ti calmi e finisci per riuscire anche nell’intento di sbrigare i compiti del sabato e di goderti quella inaugurazione che sai essere una cosa lontana dal tuo gusto ma che in fondo non vuoi mancare.

così ti ritrovi pronta ed operativa con un largo anticipo sulla serata, perchè, in fin dei conti, hai optato per quella versione di te comoda e collaudata che non devi dimostrare più di tanto, devi solo sentirti sexy e sicura quel poco che basta per non indietreggiare ancora.

è che quando sferra l’affondo, maledetto, dissimulando impegni con le tette dietro ad altro, fa terribilmente male alla fragile serenità che hai recuperato con le unghie nel corso di tutta la giornata.  come se vincere non fosse abbastanza… e tu con le ciglia lunghe e gli orecchini ai lobi ti ritrovi sciolta sul divano, destrutturata e priva di qualsiasi voglia di mettere il naso fuori di casa. vorresti le coccole. vorresti piangere. vorresti una vasca di gelato o semplicemente dello stracchino che non sia light.

poi il telefono squilla provvidenziale e di là c’è chi ti dice che dopo cena si va a ballare il rock in romagna e tu pensi che un po’ di pogo e una sudata non possono che farti bene. e poi la meraviglia è che sei anche pronta, già perfettamente a tema: comoda, ammiccante e marcatamente rock. così ti obblighi ad uscire e rimandi l’abbruttimento a qualche ora dopo.

salvo poi vedere miseramente sfumare l’opzione capannone rockeggiante con un prepotente riemergere della classica movida per i circoli cittadini. ed è lì che arriva provvidenziale The Newyorker, appena rientrato a ringiovanire il suo visto in terra patria, che se ne esce con la parola magica che sin dai tempi del liceo è indiscusso sinomino di pulsante trasgressione. e ti si ferma il sangue per un istante mentre, a dispetto della stanchezza, delle finanze non proprio floride e del dichiarato cattivo umore, non riesci a trattenerlo quel “” lascivo e sognante che ti garantisce un passaggio per la perdizione.

e ti ritrovi immersa nelle paiette, nell’ambiguità come regola aurea, nelle sonorità martellanti, negli occhiali da sole nel cuore della notte (che questa è l’unica cosa che non capirai mai, sul serio). e sei come catalputata indietro nel tempo, ai tempi in cui la chimica ti cresceva tutta attorno e resistervi è sempre stata la tua stoica battaglia. e lì, adulta e forzatamente astemia, pensi che sì, in fondo, si può anche sopravvivere senza.

e più che sopravvivvere direi rivivere, redimere ogni senso di colpa, ogni pudore, ogni pensiero vagamente spiacevole. frugare nella grande borsa da escort che non ti separa mai, legare una coda da amazzone sopra la testa, benedire il tuo eyeliner onnipresente e portare in mezzo alla pista il kilt vagamente punk e la t-shirt da rocker. trasformarsi in un pupazzo a molla. ritrovarle le smorfie incontrollabili che a cui ti lasci andare felice mentre in una costante sfida con te stessa ondeggi, rimbalzi, ridi, sei sul pezzo, sudi.

è in quel turbine liberatorio che le senti scivolare sulle gambe accaldate ed avvicinarsi al bordo della gonna. e mentre con finta disinvoltura tenti di riportare le autoreggenti ad un livello meno pericoloso, hai la fugace visione della parte sexy che hai nascosto furbina sotto le pieghe scozzesi. e ti viene tanto da ridere, perchè ora ti è tornato in mente: bisogna essere un po’ pirla a lasciarti a casa!

celebrazioni. a modo mio.

è la sindrome del taglio di capelli. quando decidi di tagliarli perchè ti stanno da schifo è la volta che ti alzi dal letto e sembri appena uscita dal parrucchiere. PERFETTI, sti bastardi!

un po’ come dire che il tuo lavoro ti fa schifo un attimo prima di vincere la tua prima casua.

“Brava tesoro, sono orgogliosa di te!”

…anche io? non lo so mica…

Canonizzazione, Step I

quando hai un’infinita serie di nuovi compiti odiosi da svolgere controvoglia, c’è una cosa con cui devi imparare a convivere: il senso di colpa.

per esempio: pantalone da portare in lavanderia prima di andare in studio, ben piazzato sulla cassapanca dell’ingresso. il chè implicherebbe sorgere dal piumone al suono della sveglia, ossia, posta una playlist di 45 minuti come sveglia, sorgere, se non al brano n. 1, almeno almeno al brano n. 2. costringersi ad essere concrete sin dal risveglio. sbrigare in fretta la faccenda colazione e passare il lavanderia al massimo alle 8.40. questa la teoria. nella pratica i pantaloni rimangono ad attenderti per una settimana, fino al sabato mattina, momento in cui, dalle 11.30 (orario in cui sei lavata ed infilata in un jeans) alle 12.30 (orario di chiusura dei negozi) speri di risolvere tutto ciò che ti sei lasciata alle spalle dalla domenica precedente e, finalmente, metterlo a tacere, quel dannato senso di colpa!

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terapia 2.0

lunedì.

dopo mesi di tedio e grigiume è finalmente uscito un tiepido raggio di sole. decidi che è la giornata ideale per gli Annabelle dal mattino. sei riposata e serena. non ti capitava da un bel po’, in effetti. infili lenti a contatto, orecchini e tacchi come fosse comune a quest’ora. come fosse facile.

Glory Day!” pensi.

il sole filtra dalle finestre alle tue spalle, mentre intorpidita prendi contatto con il tuo lavoro. niente di gualcito dal weekend, hai chiuso bene la scorsa settimana e questa ricomincia con grazia. anche questo non capitava da un po’.

e hai voglia di sentirla. che le comunicazioni in vivavoce del weekend un po’ ti son pesate. che hai voglia di dirle cose solo a lei. così le invii link via chat, ridacchi e sai che non ti risponderà. ma lei leggerà, linkerà,… saprà.

poche ore dopo stai spudoratamente fingendo di lavorare, mentre la chat di fb ti collega con una delle barbie pensanti di cui hai saputo circondarti con naturalezza e dimostrando alla tua madre interiore che una cosa giusta la sai fare: sceglierti le amiche! mentre state magistralmente e con leggerezza riordinando alcuni angoli dei vostri grandi cuori, compare a centro schermo la chiamata di skype. ti scusi. infili la cuffia. accendi il volume.

“ciao mamma!”

da in cima alle alpi come se fosse ancora nella vostra cucina. come 10 giorni fa. nelle poche parole quotiniane ritrovi la meraviglia del vostro rapporto, anche a distanza, anche così. lei tiene duro. è serena e scopre l’affetto muto di persone che non parlano la sua lingua ma che sanno essere gentili nel mondo dei gesti.

è strano come una madre 2.0 sappia rievocare frammenti di un passato prossimo così faticosamente elaborato da entrambe. lei così forte e volitiva. tu così serena e fiduciosa.

e ritrovi il piacere di quel sangue che ti scorre nelle vene, uguale e diverso dal suo, ma comunque anch’esso artefice delle tue ali di ciliegio. e comprendi quegli avvertimenti che la saggezza di Dedalo è sempre pronta ad impartire. è che tu, riponendo la lungimiranza, non puoi che sperare di non precipitare.

perchè di volare in alto ne hai voglia. e bisogno.

 

E tu? Dieci anni fa più o meno a quest’ora?

era ricreazione, più o meno 10 anni fa a quest’ora. una delle due (che allo scientifico eravamo avanti!)
ed io di certo sul termosifone del bar, con una sigaretta in bocca e la solita mano nella mia. forse pomiciavo anzichè fumare (quanto si fuma al liceo?! quintali di sigarette!)
mia madre era in ospedale. assurdo, se ci ripenso. non ricordo se fosse febbraio, ma so che 10 anni fà mia madre era ricoverata ed io stavo abbandonando la pallavolo usandola come scusa e negando che fosse per pomiciare con il proprietario di quella mano. l’anno più buio della mia carriera scolastica, tra l’altro.

Ero infelice in un modo ancora vago, poco concreto, tardo adolescenziale.

non saprei… ero così straordinariamente arrogante e succube da non sapere ancora cosa fosse l’infelicità. sarebbe arrivata a schiaffeggiarmi un anno dopo. esplosa nello stomaco e mai del tutto emersa.
ora, dieci anni dopo, quell’infelicità a tratti cruda e fottutamente concreta la riesco anche a far uscire. con un filo di voce leggerissima, invero. ma è comunque meglio di nulla. è il limine tra una persona ed un serial killer. come la valvola della pentola a pressione.

quel che non ho pensato di dire a Livefast, è che a volte, per lunghi momenti, ho come l’impressione di saperla anche vincere, l’infelicità. e non lo cambierei con nulla al mondo.

crudità Parte II

mangio un’arancia senza additivi sopra la bozza corretta di una conclusionale, che in questo cazzo di studio nemmeno uno scottex è sopravvissuto. sembra la mia vita.

ero su di giri mercoledì. due giorni fa. ero elettrica al pensiero di avere nuove idee da scrivere. mi teneva viva il fatto di avere appaganti conversazioni multimediali che mi aprivano il cuore. mi facevo forte dell’aver lasciato il mio profumo in un letto lontano. senza volerlo, senza pensarlo possibile.

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crudità Parte I

succede così: sei in vacanza, placidamente spiaggiata sugli scogli di una qualunque caletta delle Eolie. la tua unica preoccupazione è data dai sassi che ti si conficcano maldestri nelle scapole e nelle chiappe. per il resto impieghi il tempo alternando i momenti in cui ti ungi come un maialino allo spiedo a quelli in cui ti immergi come una bustina di tè in quelle acque limpide e fresche. oggi è l’ultimo giorno e si sente: avete quasi finito le parole, tu e le altre. leggete distratte ed esauste i vostri romanzi facili. domani si torna, con il confortante pensiero di avere ancora ben 3 settimane di ferie, da sfruttare sulle spiagge domestiche e nei locali della riviera. Continua a leggere

conduzione. connessione. trovare. non cercare.

rilassati, il mondo ti ignora.

è vero, verissimo. il mondo non ti vede, mentre nella grigia luce di un sabato ancora giovane [troppo giovane] corri sul binario, sali sul treno e realizzi che se non guardi il biglietto non troverai mai il tuo posto. c’è chi ti vede, anzi ti capta, con il cuore come un’antenna e dall’infernale luogo di lavoro si accerta del tuo essere partita. sì, sei partita.

crolli sul sedile, accaldata ed esausta. ripensi alla miseria inscenata dai Nobraino la sera prima e rimpiangi di non essertene rimasta a casa a dormire. “pazienza” pensi. ti addormenti cullata da Dave Gahan, che ha del grottesco, ma il sonno è sonno.

rinvieni solo dopo 3 ore, in un punto incerto dell’Italia padana. prendi coscienza e t’impadronisci del bagno. ne esci nuova. deliziosamente truccata e con il naso libero per gli Annabelle. DIVENTI Annabelle, la tua nuova, adorabile alter ego.

“vai a pescare, Vinca?”

lo incontri all’incrocio ed è già emozione. lo riconosci dall’auto nuova, la sua ultima conquista, fatta di sacrifici e di dettagli che la rendono speciale e ti rendono fiera. fiera di te, che lo capisci. e fiera di lui, che conserva gelosamente un amore per quelle cose genuine che questa Milano sembra aver dimenticato.

arrivate nel suo nido e per un lungo istante dimentichi di essere esausta ed affamata. un istante lungo ore, in effetti. ti accuccioli sul divano e inizi a scrutare i dettagli di quel luogo incantato, che a poco a poco comincia a porti sotto gli occhi. ti adagi su quella nuvola di serenità e ti escono le parole come i profumi della cena dalle pentole coperte. lentamente, senza fretta. parli di te e porti la luce negli angoli bui di questa vita che si fa più dura giorno dopo giorno. lui ascolta e fotografa. dice poco.

– è come essere una resistenza, essere percorsi dall’energia come il filamento di una lampadina,… tu ed io siamo diversi. tu sei abituato a lasciarti percorrere. io no, non l’ho mai saputo fare. è difficile.

– non sei conduttrice. ancora.

poi la fame torna a bussare. e allora si risale sulla carrozza fatata e si va a mangiare. e inizia anche lui a parlare, rapito dalla confidenza che per magia avete ricreato fuori dalla rete. un’amicizia speciale, la vostra. fatta di rispetto di quei punti che in comune non avrete mai. fatta di passati diversi e di idee concordi. fatta di poche definizioni e di tanta [TANTA] complicità.

si fa sera in un nulla ed è già ora di pensare alla cena e alle feste in programma. si incontrano gli amici, i suoi. tutti un po’ speciali, tutti con la musica dentro. consapevoli di non sapere i passi ma non per questo seduti in un angolo.

ci si sente quasi intimiditi da certi incontri. come se fare quello che fai ti rendesse meno degna. ti indigni. con te stessa prima che con loro. ci si dà appuntamento per la cena ed è come se lui fosse super agitato. come se poterti mostrare il suo mondo fosse una festa. per te lo è.

essere la stessa altrove cambia tutto.

poi la cena. 14 a tavola [per un pelo…]. sentirti nel tuo elemento. chiacchierare amabilmente. scherzare. ridere. senza bisogno di conoscersi da tutta la vita per poter essere in confidenza. di quelle serate perfette nel loro essere come tante altre ma migliori. nel tuo essere così genuina da non sapere nemmeno se è solo una tua impressione. non te lo chiedi, che in fondo che importanza ha?

trovare adorabili tutti, gli stessi che poco prima non ti avevano fatto sentire un po’ piccola. sentirsi un po’ stupida per aver creduto alle prime impressioni. sentirsi grandiosa per aver trovato la via per ricrederti.

QUI e ORA

il locale del dopo cena non ha nulla di speciale. è un locale come ce ne sono a migliaia. non solo a Milano, ovunque. bar, pop art ai muri e dj. non ci vuole un architetto per creare la magia. ci vuole forse un dj che seleziona musica brasiliana. ci vogliono folli amici con cui ballare e ridere. ci vuole l’incontro con un’adorabile nuova amica. ci vuole quel momento in cui lo vedi entrare nel locale e soffi via l’aria che ti è fermata in gola.

e poi inizia la magia. un’altra. di nuovo. che di magie ne hai vissute tante questo week end. questa è fatta di parole e risate ma non solo. in questa magia smetti di vedere con gli occhi. vedi con la pelle. la tua pelle che vibra e che chiama la sua. e senti che davvero non si può essere infelici, se si è QUI e ORA. in nessun altro momento. che non ce ne saranno di uguali. è questa la magia: la magia dell’istante.

sentire la sua voce nel tuo orecchio, mentre parlate. vedere con la pelle,  senza bisogno di  guardare. sentire il tuo polso sul suo ginocchio. avvicinarsi senza per forza accorgersene. giungere alle sue labbra senza sapere nemeno come, senza che sia strano ma non per questo senza stupirsene. ridere con tutti gli altri, ridere con lui. divertirsi come non mai. baciarsi come due adolescenti. “buona notte. a domani.” salutarsi.

like a soul without a mind, like a body without a heart, i’m missing every part.

sono i Massive Attack, il giorno dopo, a spiegarti come ti senti, mentre un treno con con qualche guasto di troppo ti riporta a casa. dove non vorresti tornare ma devi. tu che da due giorni non usi il verbo dovere e che a certe abitudini sai assuefarti come se fossero eroina.

passa tutto. il treno. il freddo. magari la voglia di tornare a Milano… anche no. torna presto!”  e sai che non sei la sola a sentire la magia di quell’amicizia, di quella festa, di quella serata. e sai che la risposta è “” anche se solo sussurrata, senza il coraggio di scriverla. appena soffiata da dentro un vagone.