dodicimesi

è passato un anno e ancora non riesco a lavarmi di dosso la rabbia. la riverso su tutti e per me ne avanza comunque in quantità industriale. non se ne va. cresce come un fungo che infesta.

dopo dodici mesi i ricordi sfumano tutti e quelli che rimangono sono i peggiori. l’areoporto di catania che sparisce dalla vista. le mani che tremano e le gambe che non reggono.  la voce di nonna nel telefono. la mente che urla “no, non tu maledetta! non dovevi rispondere tu!

il reparto di rianimazione. quegli assurdi camici usa e getta e le mascherine a nascondere tutto ma non le lacrime.

la paura. la paura che non ci ha più abbandonati.

la clinica specializzata e il suo irrompere nelle nostre persone come un treno in corsa. fermare il passo, quasi, entrando in quei corridoi, sotto i colpi di quello. tutto quello. incapaci persino di dargli un nome, che comunque lo chiami lo riduci ad un nulla, una notizia di cronaca.

strapparsi di dosso pezzi di dolore. i gintonic come accette. silenzi e dolori. ognuno i suoi.

la A14. il tutor. la pioggia, la neve e i tratti di asfalto drenante. i contenitori termici e l’amore in scatola. le domeniche da sola, a zonzo per la casa in attesa dell’aperitivo. altro alcol a spegnere la rabbia.

trenitalia, le fughe, le certezze che crollano.

alcune di queste cose le porto con me, che mi piaccia o no. la rabbia e la paura vorrei lasciarle indietro, perderle. e forse ci sto faticosamente riuscendo.

stasera, dopo cena, io e il mio pc prendevamo il fresco del nostro nuovo giardino. nonostante l’illuminazione le stelle ci guardavano benevole, onniscenti nel loro imperscrutabile sapere. forse sorridevano del mio piccolo dolore e delle mie paure. mi piace pensarle mentre si guardano intenerite come due genitori di fronte al figlioletto che chiede come nascono i bambini. quante cose che devi ancora imparare…

e mentre i kasabian mi facevano compagnia, un enorme gattone tigrato rosso ha pensato di fare irruzione placido nel mio giardino. ha attraversato tutto il lastricato, è arrivato proprio affianco a me, prima di scorgermi. se non mi fossi mossa, per l’emozione, lui non mi avrebbe notato.

era fiero e determinato. un incrocio tra Giuliano e Garfield, con un pizzico di Mila Azuki. la mia infanzia che anvanzava senza far rumore, ignorandomi. poi mi ha guardata ed ha avuto paura. lui di me. ho sorriso, pensando che la prossima volta il gattone me lo coccolo per un po’ prima di farlo scappare. che ci siamo quasi.

…e non ci indurre in tentazione.

non ci si concede vacanze quest’anno, no. questa estate si resta a casa. si trasloca. si sta sul pezzo, che ce n’è da fare.  ci si riconnette un minimo con la propria volontà o quantomeno con il proprio talento (ammesso che ci sia). si fà giardinaggio, si prende il sole, si gioca a battilarde (che noi “racchetoni” non sappiamo dirlo), ci si prepara per il campionato e magari anche per la vita. parola d’ordine: relax. ci si ascolta. si impiega il tempo a godere di se stesse. tutto il tempo.

cioè. quasi tutto. che poi è pur sempre estate ed io vivo su un lido. e poi ci sono quegli amici che vegono da lontano e non vedono l’ora di passare del tempo con me. e farmi capitolare a colpi di Gintonic. e con le amiche non lo vuoi passare un po’ di tempo? e tanto un paio di migrazioni me le concederò, che ferma ferma non è mai una buona idea, per me. ma giusto un paio, eh. tipo qui:

e poi, perchè no, magari anche qui:

che in fin dei conti devo decidere di che morte morire a settembre. lasciatemi godere!!!

Keith e i suoi figli

sto traslocando. tra 20 giorni circa dovrò lasciare l’appartamento in cui ho vissuto per gli ultimi 15 anni. l’unica casa che ricordi, in effetti. lì ho trascorso la quasi totalità della mia vita vigile. nel 1995 avevo 12 anni e facevo la seconda media, per capirci.

niente cresima, niente violazione delle promesse della cresima, niente alcol, niente sesso, niente musica, niente discoteche, niente albe lucenti, niente concerti. non c’erano trenitalia, scarabeo, vespetta, lancia y, ryanair nè A14. avevo addirittura una mountain bike, non era ancora comparsa la mia amata principessa!

era tantissimo tempo fa, in effetti. non è un caso se dentro il fondo degli armadi sto ritrovando poster dei Take That e, ancor più grave, di un gruppo di ignoti imberbi che risponde al nome di East17. chi saranno costoro? sul poster di Keanu Reeves in Speed e di Brad Pitt non transigo. anzi, sto seriamente pensando di portarli con me nella nuova dimora (se solo non ci fosse quell’odioso marchio di cioè…).

nel pertugio della libreria ho ritrovato un quadernino ad anelli, incastrato la tra Bibbia e le avventure di Tom Sayer (sì, va bene, forse avrei dovuto riordinare più spesso!). una copertina anni ’70 e degli anelli piccini picciò che mi fanno pensare fosse un regalo dalla Megera (quindi in origine di mio padre).

ci metto un attimo a riconoscerlo, appena aperto: il quadernino delle ricerche!  quaranta paginette minuziosamente numerate, con tanto di illustrazioni e note a fondo testo. titoletti con il trattopen rosso e grossi caratteri scritto a biro blu (come sono vintage, mi sto commuovendo!)

lo sfoglio nostalgica, pensando quanto sia un peccato buttarlo, e rimango letteralmente folgorata da una misera ricerchetta di due facciate. esattamente tra “la religione egizia” e “l’invenzione della stampa“, oltre 15 anni fa ho adempiuto alla ricerca di musica segnando forse il mio destino per sempre.

“Strumento musicale a 6 corde, costituito da una testa, un manico a tastiera e una cassa di risonanza forata, a fondo piatto in forma di otto e con ponticello che fissa le corde dall’altra parte.”

…povera me.

in medio… goffitas

ebbene sì, esistono i grigi. non mi riferisco solo agli uomini sexy pur con un po’ di Sale&Pepe tra i capelli. intendo nella vita.

ci sono Bionde fatali perennemente fluttuanti su vertiginosi twelve e Brunette voluttuose e altamente pragmatiche che si staccano dal suolo a suon di poesia e rock bastardo. nel mezzo ci sono i grigi. nel mezzo ci sono io, che sono troppo alta per i twelve. che ho dei super piedoni per poter portare tacchi alti troppo a lungo (il famoso numero in più per me non esiste, ahu!). che amo il rock bastardo e i saldali raso al suolo da portare sotto alle gonne lunghe, soprattutto in estate.

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se fosse un film

– hai presente quel sogno, in cui sei nuda in piedi davanti a tutta la scuola?!

inizierebbe così. sarebbe una conversazione di quelle nevrotiche, con le parole a rincorrersi ed una infinita serie di striduli “Oddio!” appoggiati qua e là. saremmo ridicole, inseparabili, vestite allo stesso modo e più giovani. perchè nell’immaginario collettivo alla nostra età si smette di fare cose ridicole. alla nostra età si ha raggiunto la pace dei sensi, si è sistemate, si procede a lunghi passi verso l’altare, per esempio.

NO. mille volte NO. alla nostra età non si ha nulla di chiaro in testa. ma non si dà nulla per scontato, però, perchè una cosa l’abbiamo imparata: la volta che pensi di avercela fatta, arriva un sorcietto sciatto che ti fotte sotto il naso! e poi, alla nostra come a tutte le età del mondo, non si smette di essere goffe, che le strafighe che fanno le detective in tacco 12 ci sono solo sullo schermo.

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emosinistride

mi aggiravo a bordo della Dodo, nella luce liquida della sera d’aprile. una luce da bere, mentre si specchia incolore sul mare della baia. ero andata a berne un po’ assetata, prima di tornare a casa da mamma. sul sedile accanto a me un fascicolo che pesa come un neonato. non sono così tranquilla su quest’ultima faccenda. quando mi porto a casa il lavoro è più per entrarci in sintonia, per toccarlo, per portarmelo nei sogni, per farlo entrare nell’inconscio, che da lucida non funziono sempre.

bevevo luce,  dicevo, mentre gli ZenCircus blateravano eleganti insulti all’intera società di cui io ho sempre fatto parte. a volte rido di tutto questo. altre di tutto quello. tendo comunque a riderne.

ripensavo alla mia giornata: un mercoledì come altri, a cavallo tra due weekend che per i più sono festivi, per me sono lavorativi. la stranezza è che sarà lavoro retribuito e di questi tempi è strano, davvero.

era iniziata come sempre ma lievemente diversa, facendo colazione con la mamma, come una volta. una cosa che avevamo e che il 16 agosto ci ha portato via, insieme a tanto altro. a lei più che a me, a dirla tutta. ero andata al lavoro in macchina nel sole, con il nuovo cd fresco di masterizzatore a girare nell’autoradio. capricciosa e viziata stavo come al solito trovando qualcosa da fare che fosse altro rispetto alla fastidiosa incombenza che mi aspettava alla scrivania.

“qualcuno ha voglia di andarmi a comprare delle marche?”

in un attimo ero già nel sole, Annabelle e ballerine svelte, lungo le stradine del centro. un radioso sorriso alla tabaccaia ed un dettagliato elenco piuttosto lungo. pensieri leggeri e distratti mentre lo sguardo si aggirava sugli scaffali incurante. e l’ho visto.  come un film in un oggetto. susseguitesi nella testa immagini, musiche, voci. un sorriso complice con me stessa. l’acquisto.

a pranzo l’estetista, che solidale mi incastra tra gli appuntamenti delle viziate signore, concedendomi i ritagli di tempo, con orecchie attente e curiose, su tutto ciò che riguarda la mia vita del momento. ascolta, chiede, commenta. mentre mi rivestivo lei ripuliva il lettino. si è bloccata un attimo, fissandomi in un improvviso silenzio. “ma tu che forza hai?!” mi ha chiesto scrutandomi, quasi cercando una batteria aggiuntiva o semplicemente la falla del mio muro. non l’ha trovata. il mio muro di gomma non ha falle, ha pieghe. ho sorriso, distogliendo lo sguardo. “certe cose ti crescono, per forza“. ho fatto spallucce e lei ha capito il senso del tutto, stupita, ammirata ma per niente distante. mi ha fatto sentire bella, non tanto per le gambe più liscie, no. mi son sentita donna, che in questo momento mi ci sento spessissimo.

pagando, nella borsa ho trovato il mio acquisto. e mi sono sentita bene. ho riso di nuovo. perchè sono in piedi sulla mie gambe. e non a stento, no. ballo. rido. prendo il buono di ogni giorno e faticosamente ricostruisco una vita spazzata via da un ciclone. sono uscita nel sole abbagliante con una nuova forza. cosa che non ti aspetti da una ceretta, di solito.  ho preso il telefono e composto il numero, d’istinto.

– ho voglia di uscire…
– io no.
– ok.

pensavo questo mentre bevevo la luce della sera che da dietro le colline salutava la distesa di liquido argento del mare. pensavo a quanto quel piccolo film da asporto fosse solo mio. pensavo al mio muro che non si crepa e alla mia luce che si ricarica con un tramonto e non chiede altro. pensavo a tutto ciò mentre rientravo in casa sorridente e mettevo quiete e luce nelle crepe altrui. spegnevo il telefono e sorridevo. non ho smesso di sorridere. quasi fossi ubriaca.

di me.

Greenwich cosa?

ore 9:00. sono pronta. infilata nel tubino comodo (con il tempo si impara che pressurizzarsi di primo mattino in una improbabile guaina è, oltrechè ridicolo, anche decisamente scomodo), cardigan, decoltè bon ton e trench. capello vaporoso e gli Annabelle d’ordinanza sul naso. direi che non manca niente: SI PARTE!

approdo in quell’altoforno che chiamano Tribunale, mi sfilo il trench per le scale che sto già sudando. le calze che già tendolo a scivolare lungo le cosciotte. sono sempre innegabilmente in ritardo, cavolo! oltretutto oggi è una gran giornata: oggi farò la mia prima prova per testi tutta da sola. io contro un’avvocata gallina e la sua squisita praticante. tra l’altro è una cosa divertente perchè il Giudice ha disposto l’accompagnamento coattivo del testimone, che come cosa fa davvero ridere. lo vedi arrivre scortato dai Carabinieri, il Giudice gli molla lì una bella multa perchè sono due anni che lo aspettiamo. poi lo metti a sedere e questo ti dice 4 fregnacce che ti servono a NIENTE ma quanto gli è costato tirarsela così…

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fascino. il mio.

ci si accorge quando sto di merda perchè non scrivo. non riesco neanche a twittare.

già, è così. inutile negare. l’ho detto allo sviluppino e non lo nego ora. se scrivo un post a settimana, bene bene non sto. certo, nell’equazione vanno introdotte anche una serie di variabili difficili da spiegare. per esempio il fatto che l’ultimo post fosse bellissimo. non di una bellezza Charlize Theron. direi più Penelope Cruz. una bellezza intensa ed imperfetta, fatta di chiaroscuri e vibranti momenti autentici. è un po’ autorevenziale, lo so, ma tanto l’ho detto e lo ripeto, non legge nessuno.

era bello così, come una donna magnetica ed affascinante. bello per me che mi ci ritrovavo immersa fino al collo in quel dolce affanno e non sapevo come fare a respirare. una settimana dopo forse il fiato è rotto o forse mi sono fermata, non lo so. so che se la riguardo, questa settimana, non riesco a sentirmi delusa.

il dolce affanno c’è ancora, un po’ meno forte, ma inutile dire che è un affanno da cui non mi libererò tanto in fretta. forse non me ne libererò mai. l’ho capito con una chiarezza impressionante, come un lampo di luce in una stanza buia. quel fiato corto rimarrà, non è un capriccio, non è autoindotto. è dolce e magico? per me lo è. fino a che mi basterà questo non vedo perchè dovrei volermene liberare.

mi ha anche fatto piangere, questa settimana. che non piangevo da tanto e delle lacrime non sapevo cosa farmene. invece c’erano, innegabili. sulle guance struccate, nella mia stanza buia. e poi mi ha anche fatto smettere di piangere e messo in mente parole lontane che ora mi sento cucite addosso come non mai: “tu vuoi tutto e subito“. quant’è vero!

è che inizio a capire che la fretta non mi serve, non ora che la mia vita ha un ritmo troppo veloce perchè io possa riuscire sempre a puntare i miei paletti. la vita corre ma io no. non ho fretta, non voglio averla. come se questa calma, a tratti coatta, possa aiutarmi a capire. perchè quando si rallenta si è obbligati a guardarlo, il panorama. e che mi piaccia o no, questo paesaggio lo devo guardare. devo farlo mio, con tutto il dolore che ne può derivare. un dolore mio, che mi cresce giorno dopo giorno.

mi concedo alcuni piccoli momenti di fiato da quel dolore, come questo post assai meno bello ma funzionale. per fissare quello che mi sta giarndo intorno, per guardarlo negli occhi il dolore e un po’ vincerlo.

una settimana dopo riesco a mangiare, respiro quasi sempre e quando mi guardo allo specchio vedo una donna un po’ più forte. con il cuore gonfio e a tratti sanguinante. con le spalle larghe ma pur sempre bisognosa di un abbraccio.

e forse non sto poi così male. magari ho solo bisogno di tempo per capire il bello ed il brutto di questa primavera frettolosa.

come quando il cuore batte così forte che non senti la tua voce

essere una pallavolista dilettante come me comporta, inevitabilmente, l’avere un gene pestifero: quello dell’avversione per la corsa. provare per credere. non c’è pallavolista che ami andare a correre. è faticoso, privo di agonismo,… ci sentiamo morire senza un avversario vero, noi.

ci ho messo anni per trovare l’aspetto mistico della corsa. perchè c’è. c’è un lato zen che connette con il centro del proprio cuore. ma per trovarlo si deve arrivare a rompere il fiato e una pallavolista non lo capisce subito questo. che di solito noi il fiato lo rompiamo sputando il sangue sulla rete, di salto in salto, rotolandoci sul linoleum polveroso delle peggio palestre di tutta la provincia.

mentre corri non hai avversari, hai solo pensieri. pensi e respiri. e l’unico rumore è quello dei tuoi passi sull’asfalto. è un rumore che non puoi coprire, perchè ti rimbomba dentro le orecchie, dall’interno. non c’è iPod che tenga.

destro sinistro destro. inspira espira. due ritmi diversi che devi far coincidere. aria fresca dal naso, fiato sputato dalla bocca. e il tuo cuore che inizia a martellare fino nelle orecchie. pensi che possa esplodere. ti sembra che stia risalendo lungo l’esofago fino alla gola.

è lì che devi resistere. inspirare più forte e non perdere il ritmo con in piedi. spingerla l’aria nei polmoni. gonfiarli e pensare. continui a pensare mentre corri. non c’è sfida che ti possa distrarre. ed ogni nodo si accumula lì, nella gola, tirato in superficie dal tuo stesso cuore pulsante. pensi che ne morirai, come la piccola Elisewin e le sue sindromi di Stendhal. pensi che vorresti mollare ma hai grossi nodi da sciogliere ora. te li ha portati alla luce quel bastardo di cuore che tenevi pacato nel suo guscio di polmoni. non puoi fermarti. continui a pensare all’incessante ritmo dei tuoi piedi.

poi c’è un momento in cui tutto passa. il cuore torna al suo posto ma non smette di pulsare. come se la tua cassa toracica si fosse espansa per farcelo stare anche se era diventato enorme. e tutto è felice. sorride il cuore, sorridono i tuoi piedi che fano meno rumore, sorridi tu mentre inspiri con meno fatica. sorridi e non lo sai il perchè, tanto eri impegnata a sciogliere nodi. non te ne sei accorta, ma hai rotto il fiato. ed ora è come se volassi e potresti farlo per sempre.

sono secoli che non vado a correre. ma ti torna in mente come ti senti, quando passi delle ore con il cuore nelle orecchie e pensi che non sopravviverai a tanta emozione. poi ogni cellula di te sorride. terrorizzata, ma sorride. e il tuo cuore non è mai stato così felice…

il mio altro mondo

la Pasqua di purificazione io l’ho vissuta sulla mia pelle. chiusa in casa, fuori il diluvio battente, in casa un’aria di morte che non si riusciva a riprendersi. crisi familiari, panico inespresso, fantasmi che aleggiano nelle stanze borghesi del nostro elegante, sudatissimo appartamento. unico sollievo dato da “Le conseguenze dell’amore” di Sorrentino, che quasi un anno dopo quel dialogo disinvolto e traslucido sono riuscita a vederlo. e a pensare, sui titoli di coda, che VAFFANCULO poteva almeno essere un film orrendo!? e invece no, splendido e vibrante finisce per scorrerti nelle vene anche se non vorresti. un po’ come lui, diamine. per il resto Pasquetta la passi a stirare e rimuginare, immaginandoti sorridente e felicissima donna di casa pur non sapendo bene QUALE casa, che non si può avere nulla di definitivo, nemmeno i sogni a questo mondo! Continua a leggere