La dignità del basso ventre

“Sai cosa mi piacerebbe? Una cosa come nei film: due che si incontrano per caso, non si conoscono e finiscono per far sesso nel bagno del treno. Non è tanto conoscere una in un bar, parlarci, rimorchiarla… quello l’ho già fatto, quello lo so com’è.”

Che bella idea! Poteva diventare un racconto. Questo, per esempio.
Poi non lo so, qualcosa è andato storto. Qualcosa non è partito, come una torta che non lievita. Questo racconto non è mai lievitato.
Come si fa a dare dignità ad una pulsione senza essere melensi o machisti?
Proviamo.

Roma, pioggia torrenziale, i rivoli di acqua lungo il marciapiede, gli anfibi di lei muovono svelti tra le pozzanghere. È buio, non sono neanche le sette eppure sembra notte fonda. Il pub è già aperto, per fortuna.

È la prima volta che entra qui. Si toglie il cappotto fradicio di pioggia, ordina una IPA e va in bagno.
Ti aspetto qua che sta diluviando” digita sulla tastiera. Quando esce dal bagno, la media chiara è lì ad aspettarla, mentre il ragazzo dietro il banco continua a pulire.
Direi che ci siamo, lo scenario è perfetto: ostacolo naturale fuori, locale deserto, due sole persone, guardacaso sessualmente compatibili. È la ricetta perfetta. Di un porno.

Pensateci.

I due si guardano e non sanno cosa dirsi. Nello stereo musica chillout poco impegnativa, la birra suda sul boccale, le braccia muovono lo straccio con automatico distacco. Gli sguardi si intrecciano e a poco a poco virano dall’imbarazzo alla complicità. Poche, pochissime parole. Qualche sorriso, le distanze si accorciano e in men che non si dica i due sono avvinghiati l’una all’altro sul lavandino del bagno. Seguono inquadrature più o meno grandangolari e il gioco è fatto: un porno.

Non si può, non è letterario. I due devono conoscersi, devono scoprirsi anime gemelle, devono parlare di musica, citare libri, condividere le opinioni che li rendono impopolari e scoprirsi d’accordo. E poi, forse, fare l’amore. Non scopare, eh, per carità. Ci vuole catarsi che altrimenti il risultato è volgarissimo, machista, superficiale. Soprattutto non c’è nulla che meriti di essere raccontato.

Ma chi l’ha deciso che il sesso non può avere una componente cosciente, consenziente, razionalmente lucida e consapevole? Perché non possiamo parlarne come di una cosa sana e divertente, con cui gli adulti si dilettano? Perché tutto questo pudore?
Per raccontare del sesso lo dobbiamo rendere amore, affinità elettiva, costruirci intorno una serie di giustificazioni filosofiche che rendano le nostre pulsioni socialmente ammissibili. Altrimenti scadiamo nel romanzo erotico, con membri vibranti e forti braccia a brandire fanciulle.

Ma che palle!

Provate a pensare al sesso come al calcio. O alla danza. Quanti libri, film, documentari su queste due discipline. Quanta attenzione alla componente psicologica del calcio di rigore. Quanta fatica, dedizione ed esercizio per giungere al balzo aggraziato di una ballerina.
Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore”, ma nemmeno di aver voglia di fare l’amore, tra qualche anno.

Torniamo a quei due.
Lei è spettinata, i capelli imperlati di pioggia si sono increspati senza alcuna logica. Anche il rimmel ha ceduto, disegnando un alone scuro sotto gli occhi. Come suggestionata dal clima infame, tira su con il naso arricciando le labbra, nell’interpretazione della bimba del Vicks Vaporub che ha svalicato la pubertà. In un gioco di ataviche reminiscenze, pensa alla nonna che le rimboccava le coperte da piccola, quando stava a casa malata.

Lui non è particolarmente di buonumore. Tenere aperto la sera ha il suo impatto e stasera, con questo tempo, sarà verosimilmente una fatica inutile. Ciò nonostante lo fa, è il suo lavoro e sotto sotto gli piace. In pausa pranzo ha lasciato tutto abbastanza ordinato, basta una pulita veloce. C’è anche il non trascurabile fattore di essere l’eroe salvatore del pulcino bagnato lì davanti.
Carina, non bellissima. Buffa, con quella smorfia che fa con la bocca. Una forma di innocenza mentre disegna ghirigori sul bicchiere. Non ha nessun voglia di quella birra, è ovvio. Dopo un po’ questo lavoro ti permette di capire molto di chi hai davanti.

Lo guarda di nascosto, mentre scorre le schermate del cellulare. Ha una forma di impertinenza languida, come se volesse essere guardata.

Lui finge di non accorgersene. Gira intorno al banco senza darle importanza, le arriva accanto, continuando a lucidare il legno con una dedizione eccessiva.

Lei abbassa lo sguardo e percepisce i movimenti di lui nei cambi di luce sulla superficie, quasi sente l’aria che si sposta mossa da quel panno zelante.

Lui ne sente l’odore, il maglione sintetico indossato da tutto il giorno, l’alito di una giornata di lavoro, il caldo di un passo spedito sotto il ferretto del reggiseno. Prova a ricordarsi perché non dovrebbe fare quello che ha voglia di fare ma poi, per la prima volta, la guarda apertamente, girando la testa e fermando ciò che sta facendo. E la sorprende a guardarlo.
Non se lo ricorda il perché. Non ha importanza il perché.

Il lavandino del bagno sembra pulito ma si chiede se sia il caso di sedercisi sopra, mentre i collant escono di scena. A dire il vero è più preoccupata per la ceretta che rimanda da un po’. Lui ha dei modi gentili. Non è esattamente quello che ti dovrebbe venire in mente in questo frangente, ma ha una determinazione gentile, come preoccupato di non spingersi dove non può. Non chiede, indaga. O forse scopre, scruta le forme, trova gli spazi. Li merita.

Uno non ci pensa che le cose possano virare in questa maniera. Seriamente: quando mai gli è successa una cosa del genere in questo bagno? Spera che il lavandino regga. Cosa va a pensare. I pantaloni calati alle caviglie, un’attenzione spasmodica alla ricerca di punti di appoggio. Lo specchio dovrà ripulirlo, è evidente. Non deve sbilanciarsi: ha la mobilità di un pinguino e non è pronto a cadere nudo sul pavimento di questo bagno. La signora delle pulizie viene al mattino. È morbida, ha un sapore che parla della vita quotidiana, comune ma non banale. Una vita non sua. Come entrare in una casa, sapere che è accogliente ma non conoscerne le stanze. Un’accoglienza intrepida, non accenna a fermarlo e lui continua a sorprendersene.
È come un ballo. Non si conoscono ma sanno entrambi ballare.
E funziona. Non sanno il perché. Ma funziona.
Chi è lei? Chi è lui? Che storie hanno fuori dalla porta? Chi se ne frega.

Finiscono imbarazzati, le guance arrossate, i muscoli dolenti. Si voltano le spalle per rivestirsi, lo fanno in fretta neanche si fossero accorti solo ora di essere mezzi nudi. Entrambi con un guizzo divertito nello sguardo.
Lei si liscia i capelli nello specchio mentre lui esce dal bagno.

– Io sono Arianna.
– È un bel nome, ciao Arianna.
Non servono motivazioni. Non si vedranno mai più.

[Grazie a M. per lo spunto e la preziosa confidenza.]

Questo racconto è stato pubblicato sul primo numero di Fantastico!

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