stream of me #2
“..e comunque non m’è piaciuta la tua voce. Dovresti tendere, se ce la fai, un po’ di più i muscoli intorno alle labbra. si chiama, sì, insomma… sorridere.“
ci sono giorni in cui mi trovo divelta da un’assenza. mi appare nitida e tangibile. non di qualcuno e nemmeno propriamente di qualcosa. non mi mancano le cose. è l’assenza di un’esistenza. di un’autonoma strada da percorrere sbagliando ogni fottuto passo. come una vita vissuta allo specchio, testimone di vite riflesse, vite altrui, nella foga di non distrarsi dai gesti da emulare. come fossero Verità supreme rinnovate di volta in volta. uno squarcio di dilaniante silenzio e le corde vocali ancora nuove.
“nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore, anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva.“
vorrei iniziare a provarlo, l’amore. magari per quella che c’è dietro lo specchio, chissà com’è?
là fuori è un brutto mondo, bambina

quel gran fetente di Mendel
la mia adorata Zia d’America è partita domenica pomeriggio da Chicago. vive negli Stati Uniti da 26 anni e questo fa di lei una viaggiatrice esperta. ciò non toglie che sia particolarmente sfigata. ogni volta che sale su un aereo succede qualcosa. questa volta è andata così:
qualche minuto prima del decollo si è aperto, come un gigantesco airbag, lo scivolo gonfiabile d’emergenza, quello per gli ammaraggi, presente?
cosa fare a Milano quando sei depressa.
mettiamo il caso che una fortuita congiunzione astrale bastarda e pure masochista mi renda particolarmente giù di morale. e mi ritrovi con il sabato pomeriggio libero, nel bel mezzo di Piazza Duomo. già il fatto di esserci arrivata autonomamente, con la mia nuova sapiente conoscenza della metropolitana meneghina, in qualche modo ha contribuito ad innescare la turbina del buon umore. ma ancora non ci siamo… Continua a leggere
scusami. ti ho ucciso, ma avevo mangiato pesante
sulle circostanze della sua morte se n’erano sentite tante e non sembrava che le voci fossero destinate a fermarsi. io stessa la verità non la sapevo. le storie si sovrapponevano ed avevano finito per impastarsi l’una sull’altra, fino a creare un primo accenno di mitologia che rendeva la vicenda così straordinariamente irreale.
dal canto mio sapevo solo che lui non c’era più. a metà di uno dei suoi interminabili tour da zingaro (quelle bizzarre transumanze volutamente prive di logica in cui si tuffava assieme ai compari di sempre) aveva smesso di essere. di vivere.
l’edizione tascabile
non ero preparata, non me l’aspettavo.
credo che sia questo il punto. lo spero. perché altrimenti non lo so. non voglio sapere una verità diversa da questa, non ne ho le forze, sono esausta.
sono stanca di essere arrabbiata. arrabbiata con mio padre che non accetta di avere dei limiti. umani, sani, comprensibili. e con mia madre, che non vuole più fare la madre. mia madre che non mi ascolta e non mi viene incontro. mai come ora mia madre che mi fugge, come una sentenza. più di tutti sono arrabbiata con me, che li guardo con una condanna scritta in volto, e, come un giudice, non li perdono. mai.
Ponzio Pilato
If it weren’t for your maturity none of this would have happened
If you weren’t so wise beyond your years I would’ve been able to control myself
If it weren’t for my attention you wouldn’t have been successful and
If it weren’t for me you would never have amounted to very much
Ooh this could be messy
But you don’t seem to mind
Ooh don’t go telling everybody
And overlook this supposed crime
We’ll fast forward to a few years later
And no one knows except the both of us
And I have honored your request for silence
And you’ve washed your hands clean of this
You’re essentially an employee and I like you having to depend on me
You’re a kind of my protégé and one day you’ll say you learned all you know from me
I know you depend on me like a young thing would to a guardian
I know you sexualize me like a young thing would and I think I like it
Ooh this could get messy
But you don’t seem to mind
Ooh don’t go telling everybody
And overlook this supposed crime
We’ll fast forward to a few years later
And no one knows except the both of us
I’ve more than honored your request for silence
And you’ve washed your hands clean of this
What part of our history’s reinvented and under rug swept?
What part of your memory is selective and tends to forget?
What with this distance it seems so obvious?
Just make sure you don’t tell on me especially to members of your family
We best keep this to ourselves and not tell any members of our inner posse
I wish I could tell the world cause you’re such a pretty thing when you’re done up properly
I might want to marry you one day if you watch that weight and keep your firm body
Ooh this could be messy and
Ooh I don’t seem to mind
Ooh don’t go telling everybody
And overlook this supposed crime
amor non ti conosco
– esci un po’ stasera?
– non so se ne ho voglia. mi girano forte…
– perchè?
– perchè non vivo da sola.
solo ad agosto questo può essere l’incipit per tutto il resto, che sia un dramma domestico o un delirio da party in spiaggia.
nessuno dei due, che si sappia. ci si è trascinati fuori da casa. anzi, fuori dal Tempio. è così che chiamo la nuova casa faraonica dei miei. la mie amiche la visitano stupite. loro non sanno che se mai ci verranno a cena saranno precedute e seguite da raccomandazioni, vigilanti, dettagliati racconti e report di quanta sporcizia-fumo-rumore sappiano fare le mie invitate. sono spietata? sarà che non è casa mia. l’intestazione in questi casi ha una rilevanza determinante, non solo per il fisco.
il fatto è che di ferie ne ho dedicate troppe a questo trasloco. sono cose che capitano quando si ha una madre invalida. già. è il momento di iniziare ad usare quella parola. il problema essenziale è che ho bisogno di un covo e una casa di 3 piani sa essere sempre e comunque troppo affollata se stai cercando di capire che direzione dare alla tua vita. oggi era così. ti chiama un’amica per farti un saluto e la tieni un quarto d’ora al telefono a sfogare una rabbia che non ricordavi quasi di avere. il fatto che domani non riesca ad andare a Bergamo ha anche questo le sue colpe, diciamo. ma è andata così, ormai bisogna capire che troppi programmi portano ad altrettante delusioni.
fatto sta che sono uscita a forza, praticamente tirata fuori dall’amica meno in forma della storia che bramava della compagnia. la cena non sembrava invitante. mi sono anche truccata poco. però me li sono imposta. ho guardato le scatole lì, tutte belle allineate sul fondo dell’armadio e ci ho letto FIORE scritto a pennarello. i miei sandali preferiti: 10 cm di tacchi a spillo, listini di pelle bianca e un fiore colore ciclamino. Sì, se devo soffrire che sia per i piedi!
e così il mio abito preferito e i miei sandali da Barbie ci siamo portati fuori.
poi è successa la Magia. di quelle magie che succedono quando i legami sono autentici e per riaccenderli basta un nulla. un sorriso, un caffè, qualche racconto ben circoscritto. e in un nulla eravamo in collina, seminate le sonnambule meno complici, a sorseggiare un drink distrattamente ed altrettanto distrattamente a darci dettagli e fornirci chiavi di lettura nuove. placare la rabbia con poche parole. tornare al Tempio sulla cima dei tacchi faticosamente tenuti ai piedi nonostante il cambio rasoterra pronto sul sedile posteriore. alzare gli occhi al cielo e vederle, splendide e sempre sorprendenti, le stelle sopra questa collina che imparerò a chiamare casa. sorridergli e sentire la volia dei tasti sotto le dita.
finalmente.
dodicimesi
è passato un anno e ancora non riesco a lavarmi di dosso la rabbia. la riverso su tutti e per me ne avanza comunque in quantità industriale. non se ne va. cresce come un fungo che infesta.
dopo dodici mesi i ricordi sfumano tutti e quelli che rimangono sono i peggiori. l’areoporto di catania che sparisce dalla vista. le mani che tremano e le gambe che non reggono. la voce di nonna nel telefono. la mente che urla “no, non tu maledetta! non dovevi rispondere tu!“
il reparto di rianimazione. quegli assurdi camici usa e getta e le mascherine a nascondere tutto ma non le lacrime.
la paura. la paura che non ci ha più abbandonati.
la clinica specializzata e il suo irrompere nelle nostre persone come un treno in corsa. fermare il passo, quasi, entrando in quei corridoi, sotto i colpi di quello. tutto quello. incapaci persino di dargli un nome, che comunque lo chiami lo riduci ad un nulla, una notizia di cronaca.
strapparsi di dosso pezzi di dolore. i gintonic come accette. silenzi e dolori. ognuno i suoi.
la A14. il tutor. la pioggia, la neve e i tratti di asfalto drenante. i contenitori termici e l’amore in scatola. le domeniche da sola, a zonzo per la casa in attesa dell’aperitivo. altro alcol a spegnere la rabbia.
trenitalia, le fughe, le certezze che crollano.
alcune di queste cose le porto con me, che mi piaccia o no. la rabbia e la paura vorrei lasciarle indietro, perderle. e forse ci sto faticosamente riuscendo.
stasera, dopo cena, io e il mio pc prendevamo il fresco del nostro nuovo giardino. nonostante l’illuminazione le stelle ci guardavano benevole, onniscenti nel loro imperscrutabile sapere. forse sorridevano del mio piccolo dolore e delle mie paure. mi piace pensarle mentre si guardano intenerite come due genitori di fronte al figlioletto che chiede come nascono i bambini. quante cose che devi ancora imparare…
e mentre i kasabian mi facevano compagnia, un enorme gattone tigrato rosso ha pensato di fare irruzione placido nel mio giardino. ha attraversato tutto il lastricato, è arrivato proprio affianco a me, prima di scorgermi. se non mi fossi mossa, per l’emozione, lui non mi avrebbe notato.
era fiero e determinato. un incrocio tra Giuliano e Garfield, con un pizzico di Mila Azuki. la mia infanzia che anvanzava senza far rumore, ignorandomi. poi mi ha guardata ed ha avuto paura. lui di me. ho sorriso, pensando che la prossima volta il gattone me lo coccolo per un po’ prima di farlo scappare. che ci siamo quasi.