Palermo

Ci sono post che non si possono rinviare per sempre. Alcuni sì, è successo. Sono ancora a metà fermi tra le bozze dopo oltre un anno, consci che non verranno mai pubblicati. Questo no. Questo continua a ronzare in testa, fra le tempie. Se ne sta lì, appollaiato alla mia malinconia, la stessa che non se ne va ma che anzi cresce, sfogliando certi libri, digitando certi numeri, guardando quel pugno di foto. E allora questo post si è guadagnato il diritto di essere scritto, no?

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gestazione. parto. vagiti.

la gestazione umana dura nove mesi, tanto ci impiega l’essere umano a formarsi quel tanto da consentirgli di sopravvivere all’esterno. dopodichè si nasce. e poi si vive, ossia faticosamente, coraggiosamente si affrontano le sfide che il quotidiano ha riservato solo a noi.

ecco. l’aspetto a cui la maggior parte della gente non presta le dovute attenzioni è la nascita. posto lo strepitare di dolore della madre, a nessuno viene in mente che anche per il feto sia un’esperienza massacrante. passare con una testa grossa come un melone in uno spazio largo appena quanto un limone è profondamente doloroso. non solo per il limone.

la mia gestazione è durata circa 10 mesi. il parto è stato massacrante. ed ora, haimè, sono maledettamente viva. dieci mesi lontana da questo blog, privata persino della voglia di battere sui tasti. il tutto per rinascere. credevo di aver finito con la storia dei cambiamenti, delle inversioni di rotta,… e invece.

dieci mesi, sintetizzabili grossomodo in:

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Hannibal Smith dei miei stivali

“Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta. Si è anche felici, di cose del genere. Felici. E potrebbero non finire mai. Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe d’improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l’hai più addosso, ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell’altro sei tu. Tac. Alle volte basta un niente. Anche solo una domanda che affiora. Basta quello.”

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stream of me #2

..e comunque non m’è piaciuta la tua voce. Dovresti tendere, se ce la fai, un po’ di più i muscoli intorno alle labbra. si chiama, sì, insomma… sorridere.

ci sono giorni in cui mi trovo divelta da un’assenza. mi appare nitida e tangibile. non di qualcuno e nemmeno propriamente di qualcosa. non mi mancano le cose. è l’assenza di un’esistenza. di un’autonoma strada da percorrere sbagliando ogni fottuto passo. come una vita vissuta allo specchio, testimone di vite riflesse, vite altrui, nella foga di non distrarsi dai gesti da emulare. come fossero Verità supreme rinnovate di volta in volta. uno squarcio di dilaniante silenzio e le corde vocali ancora nuove.

nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore, anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva.

vorrei iniziare a provarlo, l’amore. magari per quella che c’è dietro lo specchio, chissà com’è?

quel gran fetente di Mendel

la mia adorata Zia d’America è partita domenica pomeriggio da Chicago. vive negli Stati Uniti da 26 anni e questo fa di lei una viaggiatrice esperta. ciò non toglie che sia particolarmente sfigata. ogni volta che sale su un aereo succede qualcosa. questa volta è andata così:

qualche minuto prima del decollo si è aperto, come un gigantesco airbag, lo scivolo gonfiabile d’emergenza, quello per gli ammaraggi, presente?

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l’edizione tascabile

non ero preparata, non me l’aspettavo.

credo che sia questo il punto. lo spero. perché altrimenti non lo so. non voglio sapere una verità diversa da questa, non ne ho le forze, sono esausta.

sono stanca di essere arrabbiata. arrabbiata con mio padre che non accetta di avere dei limiti. umani, sani, comprensibili. e con mia madre, che non vuole più fare la madre. mia madre che non mi ascolta e non mi viene incontro. mai come ora mia madre che mi fugge, come una sentenza. più di tutti sono arrabbiata con me, che li guardo con una condanna scritta in volto, e, come un giudice, non li perdono. mai.

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amor non ti conosco

– esci un po’ stasera?

– non so se ne ho voglia. mi girano forte…

– perchè?

– perchè non vivo da sola.

solo ad agosto questo può essere l’incipit per tutto il resto, che sia un dramma domestico o un delirio da party in spiaggia.

nessuno dei due, che si sappia. ci si è trascinati fuori da casa. anzi, fuori dal Tempio. è così che chiamo la nuova casa faraonica dei miei. la mie amiche la visitano stupite. loro non sanno che se mai ci verranno a cena saranno precedute e seguite da raccomandazioni, vigilanti, dettagliati racconti e report di quanta sporcizia-fumo-rumore sappiano fare le mie invitate. sono spietata? sarà che non è casa mia. l’intestazione in questi casi ha una rilevanza determinante, non solo per il fisco.

il fatto è che di ferie ne ho dedicate troppe a questo trasloco. sono cose che capitano quando si ha una madre invalida. già. è il momento di iniziare ad usare quella parola. il problema essenziale è che ho bisogno di un covo e una casa di 3 piani sa essere sempre e comunque troppo affollata se stai cercando di capire che direzione dare alla tua vita. oggi era così. ti chiama un’amica per farti un saluto e la tieni un quarto d’ora al telefono a sfogare una rabbia che non ricordavi quasi di avere. il fatto che domani non riesca ad andare a Bergamo ha anche questo le sue colpe, diciamo. ma è andata così, ormai bisogna capire che troppi programmi portano ad altrettante delusioni.

fatto sta che sono uscita a forza, praticamente tirata fuori dall’amica meno in forma della storia che bramava della compagnia. la cena non sembrava invitante. mi sono anche truccata poco. però me li sono imposta. ho guardato le scatole lì, tutte belle allineate sul fondo dell’armadio e ci ho letto FIORE scritto a pennarello. i miei sandali preferiti: 10 cm di tacchi a spillo, listini di pelle bianca e un fiore colore ciclamino. , se devo soffrire che sia per i piedi!

e così il mio abito preferito e i miei sandali da Barbie ci siamo portati fuori.

poi è successa la Magia. di quelle magie che succedono quando i legami sono autentici e per riaccenderli basta un nulla. un sorriso, un caffè, qualche racconto ben circoscritto. e in un nulla eravamo in collina, seminate le sonnambule meno complici, a sorseggiare un drink distrattamente ed altrettanto distrattamente a darci dettagli e fornirci chiavi di lettura nuove. placare la rabbia con poche parole. tornare al Tempio sulla cima dei tacchi faticosamente tenuti ai piedi nonostante il cambio rasoterra pronto sul sedile posteriore. alzare gli occhi al cielo e vederle, splendide e sempre sorprendenti, le stelle sopra questa collina che imparerò a chiamare casa. sorridergli e sentire la volia dei tasti sotto le dita.

finalmente.