Cambia tutto. Perché nulla cambi.

Ci sono cose a cui devi lasciare il tempo di realizzarsi per poi pubblicarle.
Bisogna lasciar cadere molte teste (tra cui la mia) e lasciare che la gara a chi è più puro finisca per affamare la gente, che della purezza non ha mai saputo cosa farsene.
Poi, quando ti ritrovi il più potente dei banchieri a tenere le redini del Paese e a decidere di politiche sociali, sanità, fiscalità e giustizia per i prossimi decenni, è il momento per un sano “l’avevo detto“.
Perché le rivoluzioni si fanno PER qualcosa, non CONTRO qualcosa.

– Sinceramente ho un po’ paura…
– Avete vinto, mi pare una vittoria schiacciante. Perché hai paura?
– Intanto perché HANNO vinto, loro, quelli per cui lavoro, io non ho meriti. Poi, ad essere onesta, neanche quelli per cui lavoro, non direttamente, semmai il partito a cui appartiene il mio cliente
– Sei seria? Dove sarebbe la paura?

– Ok, ok, non è così semplice da spiegare. Il fatto è che l’anno scorso ho letto Wu Ming. Li conosci i Wu Ming? Insomma, l’anno scorso ho letto questo “L’armata dei sonnambuli”. È ambientato durante rivoluzione francese ed è tutto molto accurato. Il punto è che i Wu Ming sono anche dei compagni, duri e puri, di quelli che l’ortodossia del partito te la spiegano anche nella Parigi di fine ‘700. E quando c’hai tutta quella base da cui partire è ovvio che tiri fuori degli argomenti validi, se non altro come spunti di riflessione.

– Senti, siamo alla pagina culturale di Repubblica o parliamo di ballottaggi?

– Sì, ok, scusa. Insomma ‘sto libro è ambientato nella rivoluzione francese, ma non tanto all’inizio, alla presa della Bastiglia e quelle cose belle in cui tutti sono buoni e la riscossa è l’unica cosa che conta, no! Dopo, quando le teste cadono a grappoli e nessuno sa più capire perché. Quando, insomma, non c’erano già più i parametri per cui sapevi come fare a tenerti la testa sulle spalle. Quando c’era il caos.

Ecco, li ho visti festeggiare l’altra sera e ho pensato subito a quella cosa là. Veramente ci stavo pensando prima, mentre mi vestivo per andare al comitato. Ho sentito la Ste, la giornalista e abbiamo parlato del fatto che stava arrivando la rivoluzione. Non lo so perché ma tutto ciò che riuscivo a dire era che mi preoccupava tenermi la testa sulle spalle. Lei diceva che, in ogni caso, saremmo state testimoni della rivoluzione, che lo avremmo raccontato ai nostri nipoti. “Sempre se riusciamo a tenerci la testa sulle spalle”. 

Il fatto è che io ora mi trovo da questo lato delle barricate ma più perché ci passavo non perché ci credessi. È stato un caso. Come quelli che a Berlino est erano andati a prenderci il pane e non son più tornati perché era venuto su il muro. 

Ho litigato con un mio amico spin per questo motivo. Lui ha curato una campagna che non è andata bene. Volevo fare una chiacchiera distensiva sull’esito di sti ballottaggi, su ‘sto ciclone poco prevedibile ma molto sintomatico. Mi sono sentita dire VOI e pure con strafottenza. Gente che dovrebbe sapere anche quale sia il mio lavoro. Cioè io davvero non ho meriti in queste vittorie. Devo solo chiedermi cosa fare da domani.

Io sono da questa parte senza averlo chiesto, voluto, senza averci combattuto come loro.

Questo gliel’ho sempre riconosciuto, il fatto di crederci. Non sono dei contaballe, è gente che davvero si staccherebbe un braccio per la differenziata al 90% e la chiusura degli inceneritori. Il punto è che non credono in ciò in cui credo io. La cultura, cazzo, non hanno cultura. Non riconoscono il ruolo degli intellettuali, dei pensatori. Non sanno nulla di occupazioni, parità dei diritti, diritti umani, diritti civili,… semplificano tutto con un generico riferimento all’eguaglianza, declinandola in termini di livellamento generalizzato delle possibilità. E per gli italiani, eh. Parlano di cittadinanza ma non di umanità. 

Insomma, quando si trattava di votarli mi ero fatta delle domande, ero andata a leggermi il programma e avevo detto NO, senza alcuna remora. Tagliare i finanziamenti ai giornali sull’assunto che sono politicizzati. Trasformarli in venditori di merendine,… c’era della roba pericolosa. La Democrazia non è solo maggioranza.

– Stai diventando melensa. Sono tutte cose che so. Spiegami cos’è cambiato che ora avresti paura.
– Hai ragione. È che io all’opposizione ci stavo bene, avevo un nemico ben individuato e facevo qualcosa in cui credevo.

Ma non volevo vincere.

Una cosa è incazzarsi con chi smantella la scuola pubblica, un’altra è mettersi a rifarla la scuola pubblica. E se poi finissimo per essere i nuovi Gelmini? Che guadagno, eh? 

Sono qua che mi faccio tutte ‘ste domande, che così vicina alla fonte del FARE LE COSE non ci sono mai stata e la voglia di fare, cazzo, è troppo grande per ignorarla. Ho voglia di fare anche io. È tutta la vita che so che posso dare di più di così. Non mi basta più pensare solo per me. Ora ho un orizzonte più ampio. 

Il problema è che non è il mio, di orizzonte, è il loro. 

E fosse per me lavorerei come una pazza per ampliare l’orizzonte di qualcun altro, ma certa gente non vuole vincere. Mi conosco non fa per me il partecipare e prendere un pugno di seggi e fare un’opposizione irrilevante. Restare integra ma irrilevante. A cosa serve? È come se fosse arrivato il momento di sporcarmi le mani. Li vedo i miei amici al lavoro, alla fine iniziano anche loro a convincersene. Un po’ anche perché quello che c’è di là è davvero uno schifo. Sono marci, cazzo. Dei parassiti sociali che non si preoccupano nemmeno più di tenere stretti i propri privilegi, trovandogli una qualche giustificazione ideologica.

È così che sono stati asfaltati: non hanno scelto gli argomenti, non ne hanno più la forza. Forse perché si vede da lontano che non ci credono nemmeno loro. È uno scenario desolante, capisci?

– Sì, in parte sì. Ma cosa c’entra la rivoluzione francese?

– Ah, sì, ora ci arrivo. Il punto centrale della paura è quello, credo. La rivoluzione francese si divide in 3 fasi: rivoluzione, terrore, controriforma, giusto? Ecco io non riesco a togliermela dalla testa sta cosa.

Li ho visto festeggiare, era come se fosse una vittoria di classe, una mandria di repressi che si levano. E gli sconfitti sono nemici vinti, sono il male abbattuto, sono da distruggere. Ecco, ho avuto paura. Intanto perché ora così, contro gli altri e poi, presto, contro se stessi, come succede in certi gruppi locali e come succede nel libro di Wu Ming. Quando non c’è una linea di principio chiara e radicata succede, si sospetta di tutti, si instaura un regime di polizia, si prendono decisioni sommarie.

E io sono quella che tutti al lavoro definiscono RADICAL CHIC. Vengo da una famiglia agiata, i miei sono dei professionisti, io stessa lo sono. Le professioni protette non sono certo il fiore all’occhiello di questa rivoluzione. Gli ordini professionali sono visti come postriboli di corruzione e gli avvocati son tutti ladri,… insomma, seriamente, quanto ci metteranno le cose a degenerare? 

E gli altri? Sono davvero ridotti così male o è solo la calma prima della tempesta?

– In che senso?
– Nel senso che non posso crederci. Sai la storia dei poteri forti? Non è tutta una stronzata, questi hanno un impianto di potere a sorreggerli. E il potere non è così propenso a perdere posizioni senza reagire. Eppure sembrano inebetiti. Tutti dicono che davvero, fino a prima dei ballottaggi credevano in una specie di strategia per poi farli crollare con tempistiche chirurgiche ma nessuno si aspettava la valanga di queste elezioni. Ora pensano che finiremo per vincere anche in futuro. E cosa cazzo gli raccontiamo al potere? Quanto sarà stringente la controriforma? Da quale parte del mondo ci compreranno a pochi spiccioli per spacchettarci in contee nemiche? Mi segui?

– Sì, ti seguo. Tu hai paura di fare davvero quello che sai fare e preferiresti essere Marat che Robespierre. Ma io al tavolo del Congresso di Vienna non ti ci vedo comunque.

Il Congresso di Vienna, Jean-Baptiste Isabey, 1819

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