La grande festa della democrazia

voto seggio

Scendo dal treno che sono le nove passate. È buio ma è ancora caldo. Papà mi aspetta nel piazzale con un sorriso affettuoso e dei pantaloncini sportivi. Carica il bagaglio in macchina e andiamo.

Quando andiamo a votare? – mi chiede.

Il tono è lo stesso di quando il 24 dicembre, a pranzo, passa in rassegna le cose rimaste da fare e chiede “quando apriamo i regali?”. Presuppone che si aprano le agende, una sorta di contrattazione. Ci resta male se non contratto, come un venditore di spezie in un suk.

– Domenica.
– Alle 11? È l’orario ideale, non troviamo gente, sono tutti al mare.
– Ok.

Abbiamo parlato a lungo di questo voto, ci siamo confrontati con molta calma. Mi è piaciuto arrivarci così, dando credito alle opinioni reciproche. È stato nuovo.

Domenica mattina mi preparo e aiuto mia madre a vestirsi. Prima di uscire, si mette il profumo. Mio padre ha la camicia celeste perfettamente stirata. In un certo senso sono vestiti a festa. Rimpiango di avere messo in valigia solo magliette stirate per metà. Almeno ho i capelli freschi di parrucchiere.

Il seggio è tranquillissimo. La porta della rampa disabili è aperta ed è tutto un rimpallo di cortesie e grandi sorrisi dietro le mascherine. C’è elettricità, senso di comunità. Facciamo tutto in un attimo, il tempo di leggere i nomi dei candidati sui cartelloni e scoprire che ne so sempre troppo poco del posto da cui vengo.
Distribuisco gel sanificante a tutti e torniamo a casa.

Prendo la macchina e vado a prendere nonna. Da quando lavoro in politica le piace che la accompagni al seggio. Non l’ha mai pensata come me, ma ora si fida. A mia discolpa, posso dire che non le ho mai imposto un voto.

Mia nonna vota nella scuola media che ho frequentato io, è sempre strano tornarci. È anche la scuola dove ha insegnato mia madre per anni. C’è un grande atrio con il soffitto alto. Mentre le faccio sanificare le mani, dico a nonna per chi abbiamo votato noi. Si fa molto cupa quando le dico di che partito sia.
– Lo so, anche papà l’ha votato.
È per il sì o per il no?
Ok, non faccio molto affidamento su questo voto.

Il seggio è al piano superiore e la scuola ha due grandi rampe al posto delle scale. Salendole mi sento di nuovo addosso la paura di crescere e il bisogno di accettazione che mi attanagliava ogni giorno. Sento il peso dello zainetto e le spalle che si curvano.
– Hai bei ricordi, qui, eh?
– No, qui non particolarmente.
(Chi ha bei ricordi delle medie?!)

Mi distraggo e non mi accorgo che nonna ha preso le rampe di petto, troppo veloce per una signora di oltre ottant’anni che ha subito un intervento al cuore. A metà si attacca al corrimano ansimante.
– Nonna, vai piano, mica abbiamo fretta!

In cima i finanzieri le offrono una sedia per riprendere fiato. Ha appena il tempo di sedersi e già sta parlando con il più alto in grado:
Ha visto quanto è bella la mia nipotina?
Quella donna è incredibile: sta rantolando ma deve comunque trovarmi marito.

La aiuto con i documenti e mi metto in fila al seggio.

Mentre la aspetto nel corridoio mi rendo conto dell’atmosfera che ci circonda. I grandi sorrisi, la grande festa della democrazia. Le persone sono gentili, hanno tutte un aspetto curato e pulito. Ciascuna ha un impercettibile brivido di emozione prima di entrare al seggio. Mi rendo conto che è ciò in cui sono cresciuta immersa, inconsapevole. Mi ricordo il primo voto, tanti anni fa, il vecchio seggio, l’ansia di sbagliare e annullare la scheda, l’attenzione a non sovrapporre le schede, la mano che trema un po’. Penso a quanto diamo per scontato tutto questo.

Mi torna in mente quando ho mosso montagne di burocrazia per far avere il voto assistito a mia madre. Un timbro insignificante, che gli scrutatori non riconoscevano neppure. Penso alla rabbia che mi era nata dentro quando ottenere quel timbro sembrava troppo ostico per le energie di cui disponevamo al tempo e la soluzione prospettata era “al massimo non voto“.

Ripieghiamo con cura le nostre schede elettorali e ci sentiamo parte di qualcosa. Abbiamo imparato a ricordarci dove le riponiamo. Ognuno di noi si sente determinante. Vederlo così chiaramente, mi commuove.

Aiuto nonna a riporre i documenti in borsa
– Mi sa che non ci sarò al prossimo voto…
– Oh, figurati, si vota ogni mezz’ora, ormai!
La nostra è tutta scaramanzia. Ma abbiamo imparato a goderci questo dono di civiltà. Ed è bello farlo insieme. Io e lei, io e i miei, noi e tutti.

Poco dopo, mentre ci salutiamo in auto, la vedo che mi scruta con una certa commiserazione.
– Ogni sera dico una preghiera speciale per te e per Bianca – le nipoti single – Per le mie ragazze. I maschi, in fondo, si arrangiano, no?

I maschi sono entrambi in coppia. Sandor è sposato, mentre mio fratello si sposerà tra due anni. Con il suo compagno.
Realizzo che per mia nonna avere un nipote gay è molto meno deprimente di una nipote zitella.
Ha ragione. Tutta questa democrazia ha insegnato tanto anche a una veneta testarda come lei.

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