C’è molto da imparare anche da un film brutto.

ovvero: Spoiler di una cosa che non vedrete. Credetemi.

Mia mamma mi diceva che una donna non dovrebbe andare al cinema da sola.

Una volta, però, sono andata al Primavera Sound da sola, senza nemmeno sapere bene cosa fosse e mia mamma non mi ha fermata.

Il cinema da sola dev’essere un’esperienza terribile.

Il fatto è che la mia insegnante di storytelling era totalmente fissata per Jim Jarmusch. Una fissa strana per una che per mestiere insegna strutture narrative. Perché, diceva, Jarmusch la struttura la liquefa, la dimentica, semplicemente non ce l’ha.

Io non ho mai visto un film di Jarmusch ma amo chi s’infila a gamba tesa in un genere e gioca a stravolgerlo. Tarantino, per esempio.

Per cui il film di Jarmusch sugli zombie lo volevo vedere, anche a costo di andarci da sola.

Così l’ho fatto, scusa mamma.

Sono uscita dall’ufficio e ho camminato 20 minuti per una Roma torrida fino ad un cinema minuscolo, per scoprire che la proiezione era in lingua originale.

Meglio, Adam Driver ha una voce bellissima”.

Sì. Adam Driver ha anche la voce bellissima, oltre al fascino di quelli a cui le donne non interessano troppo. Maledetti.

La sala era semivuota, otto spettatori in tutto. Nonostante la capienza ridicola di venticinque poltroncine, risultava evidente a chiunque che fossimo degli svitati.

Io un po’ di più, perché non c’era nessuno con me.

Non mi sono sentita sola neanche un po’, a dirla tutta. Niente commiserazione, nessuna sensazione di essere osservata. È stata peggio quella volta al ristorante.

Ero emozionata. Vedere un film da sola è un esercizio abbastanza incredibile, assomiglia a leggere un bel romanzo che nessuno ha letto. Non hai con chi parlarne e finisci per parlarne con te stessa. Ti dici di leggere bene i titoli di testa, ti entusiasmi. Ti sorprendi che nel cast ci sia SZA, ti sorprendi meno che in un film di zombie compaia Iggy Pop. Sbuffi leggendo Tom Waits. Ancora? Sì, ancora.

Alla fine il film era brutto. Di una bruttezza un po’ naif, un po’ surreale, che quasi ti sembra bello. Ho riso moltissimo. I film sugli zombie non dovrebbero far ridere.

Adam Driver fa un poliziotto di campagna che guida una Smart cabrio arancione e ha un incrociatore imperiale come portachiavi. Adam Driver è il nuovo cattivissimo di Star Wars. Io lo so, altri due in sala lo sapevano, sicuramente Jarmusch lo sa e si è divertito a fare la conta di quanta parte del suo pubblico sia anche un nerd della saga più bella che c’è.

È stato il momento in cui ho capito che non mi sentivo presa in giro.

Perché in realtà ci si potrebbe anche sentire presi in giro, addirittura derubati del proprio tempo e del denaro del biglietto, con un film così insensato.

Eppure no.

Jarmusch non pretende che ti piaccia, ha solo voglia di dirtelo così, con quelle scene lì, con Tilda Swinton pettinata come Pai Mei che trucca cadaveri come i Culture Club, con Selena Gomez che si prende della hipster di Cleveland mentre guida un’auto d’epoca nella desolazione della campagna americana. Jarmusch ti vuole semplicemente rendere partecipe del disagio della provincia più sperduta. Solo che lo fa in maniera meno nervosa di Vasco Brondi. E anche meno sensata. Ho detto tutto.

Sono uscita da quel cinema con la voglia di scrivere di quella volta che Roma si è presa un taboo un po’ desueto e mi ha fatta sedere in un cinema minuscolo con una bottiglietta di acqua come unica compagnia. Ero felice. Non mi è nemmeno dispiaciuto che siano morti tutti.

Credo di aver colto il senso di tutto dal monologo di Tom Waits, sul finale, che in effetti era l’unico davvero a fuoco, nei panni dell’eremita un po’ stronzo.

Dice che in fondo erano tutti già morti prima di morire, attaccati alle cose, ognuno con la sua fissazione, la sua dipendenza, la sua abitudine.

Gli zombie tornano nei luoghi in cui erano abituati ad andare da vivi, a fare e comperare ciò che in vita amavano. E forse il segreto per non diventare zombie è fare qualcosa di nuovo e insensato ogni volta che si può. Tipo andare a vedere da sola un film sugli zombie a luglio.

Grazie Jim.

Ora, però, un pensierino al rehab lo farei.

Questo brano è apparso sul #17 di Fantastico! – una newsletter di gente che scrive, il 26 luglio 2019.

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