La testa a posto

Ho commesso un errore.
Sono andata a casa di amici con una scollatura vertiginosa.
Un errore da principiante.
Il fatto è che sono ingrassata.
Non tanto, quel poco che fa crescere le tette e rende ogni maglietta più attillata e ogni scollatura più provocante.

Non mi ci sento molto a mio agio. Se non ci sei abituata, le tette grosse sono un impiccio esattamente come un culo che non entra nei jeans. In più la gente non riesce a guardarti in faccia. Io, di certo, non mi ci sento bene a dover scoprire che quello che la scorsa estate era il mio body preferito, quest’anno mi fa sembrare la tabaccaia di Fellini.
È una questione di sicurezza in sé stessi, come tutte le cose. Quando un amico mi ha detto che ero ancora “esplosivamente sexy” ho pensato che avesse la vista a raggi X, perché quella sexy ed esplosiva era sotto quella corazza di ciccia e poppe, così scomoda da portare in giro.

Ok, sto esagerando. Non sono così grassa. Ma mi ci sento, che è l’unica cosa che conta.
Com’era prevedibile, ad una cena tra vecchi amici che non si vedono da anni si sono scattate delle foto, si sono alimentati ai limiti della glicemia i reciproci profili social, ci si è postati, taggati, laicati e tutta quella serie di verbi che Nanni Moretti, scusa, ma ci devi stare.

In sintesi: la mia scollatura era ovunque.
E non c’è niente come un po’ di carnazza ben editata per trasformare i social nella versione soft porno del Cantico di Natale di Dickens: eccoli, tutti lì, in agguato, i fantasmi delle trombate passate. Con un po’ di attenzione ci trovi anche il fantasma della trombata futura e magari te la scampi, che tanto, se tutto nasce dalla foto di te che impasti ravioli a tette di fuori, come vuoi che vada a finire?

Stay furba, stay bonina.

Dicevamo: tutti che escono dai tombini del dimenticatoio per metterti like e commenti in privato, con il solo scopo di farti sapere che quelle tette, beh, mica se le ricordavano così. Nemmeno in chat riescono a guardati negli occhi, ‘sti scemi.
Fortunatamente sono abbastanza scafata e certe pochezze non mi colpiscono. Sorrido educata, ringrazio sintetica, passo oltre.

Tra tutti, l’unico con cui ho accettato di avere una micro interazione è stato il mio fidanzatino della parrocchia (eggià). Non rientra certo tra i fantasmi del passato, è una vecchia conoscenza, una persona che non vedo da anni e a cui mi legano dolciastri e imbarazzanti ricordi molto sfuocati.
Ad ogni modo, lui si è lanciato in una improbabile conversazione sul “come ti va la vita?” passando da un percorso abbastanza inusuale: “quant’è bona la tua amica nella foto”.

Io ora abito a 300 kilometri dalla parrocchia dietro la quale, una me abbastanza ingenua, decideva se se la sentiva di baciare o meno quel ragazzino che le aveva regalato un bellissimo peluche. Lo stesso vale per la mia amica (la geolocalizzazione, non il peluche).
Ammetterete che è un modo abbastanza contorto per chiedere informazioni su di me. Se si trattasse di un tentativo di rimorchio, Elio avrebbe molto da ridire.

Questo per dire che ho lasciato che la conversazione proseguisse senza troppa verve ben oltre il necessario, scevra com’ero da qualsiasi sospetto, sino a che questo vago ricordo non mi ha chiesto notizie della mia vita sentimentale, il che non sarebbe un problema, nell’economia della chiacchiera, a parte la scelta delle parole con cui lo ha fatto.

e tu hai messo la testa a posto?

Una vocina dentro di me mi ha confermato quello che già sapevo: avevo fatto bene a non baciarlo.

Fatemi capire: stare con qualcuno significa mettere la testa a posto? A posto rispetto a cosa, poi?

La mia testa è perfettamente allocata dove vuole essere, concentrata sul suo lavoro, i suoi amici e le sue passioni. Distratta dai cieli tersi e dagli scorci barocchi di Roma. Impegnata a cercare il bello nelle persone straordinarie di cui si circonda. Coccolata dalle canzoni e dalle buone letture.

Lo sapresti se avessi fatto lo sforzo di non guardarmi solo le tette.

Questo brano è apparso sul #18/19 di Fantastico! – una newsletter di gente che scrive, il 26 luglio 2019.

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