Compagno di squadra, compagno di niente

Qualche mese fa, un mio amico ha lanciato una nuova rubrica nel suo programma radiofonico: “Raccontateci il vostro compagno di sport preferito!“.
La cosa univa due cose che amo moltissimo: lo sport e il racconto.
Pare che sia piaciuto agli ascoltatori. A me è piaciuto tantissimo scriverlo.

La mia compagna di sport preferita è Chiara. Io e Chiara siamo cresciute insieme: stesso quartiere, stessa scuola media, stesso liceo. Nonostante questo non siamo mai state amiche, mai nella stessa classe, mai con gli stessi interessi. Eravamo compagne di squadra e per entrambe la cosa aveva la sua importanza.

Abbiamo iniziato a giocare insieme al minivolley. Per chi non lo sapesse, il minivolley è uno sport prima dello sport, come il minibasket. Il minivolley si gioca a partire dagli 8 anni e, crescendo, si sale di categoria e diventa super minivolley. Si gioca in 3 o in 4, in un campo che, a vederlo ora, ha la pianta della cuccia del cane, con questa rete appesa a due pali di metallo tenuti fermi da sacchi di cemento appoggiati sulla base e il pallone è di plastica fluorescente, una sorta di SUPERTELE di gomma un po’ più spesso. (se siete originari di sotto Roma, il SUPERTELE è un SUPERSANTOS blu o rosso con i pentagoni neri)

Foto puramente esplicativa. fonte: google.

Torniamo a Chiara. Chiara e io, insieme a Michela e Laura, eravamo fortissime a minivolley. Eravamo una squadra fortissima. Peccato che nel minivolley non ci fosse un vero e proprio campionato, se no avremmo spaccato tutto.
Le competizioni di minivolley si strutturavano in piccoli tornei lunghi una o due giornate all’interno della provincia, sempre, inesorabilmente, nel weekend e sempre, inevitabilmente, all’aperto, quindi nei mesi caldi. Intere, interminabili giornate passate in calzoncini e ginocchiere, sul sagrato di una chiesa, nel parcheggio di una bocciofila o dovunque l’organizzazione di turno avesse deciso di piazzare il torneo. Decine di gelati Sammontana comperati in bar con le tendine a cordini penzolanti davanti all’ingresso.

Il tutto per arrivare in finale e perdere da quelle del Gabicce. Maledette.

Alle medie io e Chiara ci siamo separate. Lei era passata all’altra società, ci incontravamo nei corridoi di scuola e sotto rete, durante le giovanili.
Poi, visto che sono sempre stata una ragazzona, qualche anno dopo anche il mio cartellino è stato acquisito dall’altra società e sono tornata a giocare con Chiara.

Nel frattempo, Chiara era diventata un’atleta formidabile e aveva sviluppato un agonismo senza precedenti. Per capirci: al liceo era nella squadra di atletica come velocista, io ci entrai al terzo anno come discobola.
Gare disputate: una. Distanza lanciata: non si sa, tre lanci nulli.

Chiara aveva un corpo tonicissimo e i capelli biondi. Non era un fenomeno di femminilità ma quando giocava sembrava volasse. Io ero molto contenta di essere tornate a giocare insieme anche perché eravamo talmente forti che vincevamo anche con il Gabicce. Tiè.

La novità più sorprendete del mio ingresso in questa squadra fortissima era proprio la nuova veste di Chiara. Saltava come un grillo, schiacciava tutto, non perdeva mai di vista la palla, era un fascio di nervi in continua tensione, nello sguardo una concentrazione sopra la media.

pallavoloMa soprattutto, Chiara bestemmiava come un camionista veneto. Ogni volta che sbagliava un attacco, che veniva murata o che per qualsiasi ragione non necessariamente dipendente la lei non faceva punto, Chiara bestemmiava senza alcuna remora.
Unica accortezza, il sonoro: bestemmiava solo con il labiale, non emetteva suoni ma garantiva un livello di intellegibilità da fare invidia ad un interprete LIS.

Oggi mi fa solo ridere, ma ricordo l’imbarazzo e la costernazione di fronte a questa biondina atletica che non faceva in tempo a scendere dal salto per cominciare ad imprecare.

Immaginate la scena. Ad ogni punto perso, decine di volte a partita, Chiara, da opposta, spicca un balzo felino dalla seconda linea, si inarca, carica il colpo e viene murata. Neanche il tempo di atterrare dal salto che già stringe i pugni rabbiosa, gira le spalle all’arbitro, guarda il cielo rivolta alla panchina e sgrana un rosario di bestemmie infinito, scandito sillaba per sillaba, citando tutta la Sacra Famiglia, spesso mettendo l’insulto prima e dopo per essere sicura di aver espresso bene il concetto.

E lì, in tribuna, ormai rassegnati alla cosa, ci sono come sempre i suoi genitori, gli stessi che la accompagnavano ai tornei di minivolley, una coppia giovane e bella.
Occasionalmente anche cattolica. Chi glielo doveva dire.

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