Greenwich cosa?

ore 9:00. sono pronta. infilata nel tubino comodo (con il tempo si impara che pressurizzarsi di primo mattino in una improbabile guaina è, oltrechè ridicolo, anche decisamente scomodo), cardigan, decoltè bon ton e trench. capello vaporoso e gli Annabelle d’ordinanza sul naso. direi che non manca niente: SI PARTE!

approdo in quell’altoforno che chiamano Tribunale, mi sfilo il trench per le scale che sto già sudando. le calze che già tendolo a scivolare lungo le cosciotte. sono sempre innegabilmente in ritardo, cavolo! oltretutto oggi è una gran giornata: oggi farò la mia prima prova per testi tutta da sola. io contro un’avvocata gallina e la sua squisita praticante. tra l’altro è una cosa divertente perchè il Giudice ha disposto l’accompagnamento coattivo del testimone, che come cosa fa davvero ridere. lo vedi arrivre scortato dai Carabinieri, il Giudice gli molla lì una bella multa perchè sono due anni che lo aspettiamo. poi lo metti a sedere e questo ti dice 4 fregnacce che ti servono a NIENTE ma quanto gli è costato tirarsela così…

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fascino. il mio.

ci si accorge quando sto di merda perchè non scrivo. non riesco neanche a twittare.

già, è così. inutile negare. l’ho detto allo sviluppino e non lo nego ora. se scrivo un post a settimana, bene bene non sto. certo, nell’equazione vanno introdotte anche una serie di variabili difficili da spiegare. per esempio il fatto che l’ultimo post fosse bellissimo. non di una bellezza Charlize Theron. direi più Penelope Cruz. una bellezza intensa ed imperfetta, fatta di chiaroscuri e vibranti momenti autentici. è un po’ autorevenziale, lo so, ma tanto l’ho detto e lo ripeto, non legge nessuno.

era bello così, come una donna magnetica ed affascinante. bello per me che mi ci ritrovavo immersa fino al collo in quel dolce affanno e non sapevo come fare a respirare. una settimana dopo forse il fiato è rotto o forse mi sono fermata, non lo so. so che se la riguardo, questa settimana, non riesco a sentirmi delusa.

il dolce affanno c’è ancora, un po’ meno forte, ma inutile dire che è un affanno da cui non mi libererò tanto in fretta. forse non me ne libererò mai. l’ho capito con una chiarezza impressionante, come un lampo di luce in una stanza buia. quel fiato corto rimarrà, non è un capriccio, non è autoindotto. è dolce e magico? per me lo è. fino a che mi basterà questo non vedo perchè dovrei volermene liberare.

mi ha anche fatto piangere, questa settimana. che non piangevo da tanto e delle lacrime non sapevo cosa farmene. invece c’erano, innegabili. sulle guance struccate, nella mia stanza buia. e poi mi ha anche fatto smettere di piangere e messo in mente parole lontane che ora mi sento cucite addosso come non mai: “tu vuoi tutto e subito“. quant’è vero!

è che inizio a capire che la fretta non mi serve, non ora che la mia vita ha un ritmo troppo veloce perchè io possa riuscire sempre a puntare i miei paletti. la vita corre ma io no. non ho fretta, non voglio averla. come se questa calma, a tratti coatta, possa aiutarmi a capire. perchè quando si rallenta si è obbligati a guardarlo, il panorama. e che mi piaccia o no, questo paesaggio lo devo guardare. devo farlo mio, con tutto il dolore che ne può derivare. un dolore mio, che mi cresce giorno dopo giorno.

mi concedo alcuni piccoli momenti di fiato da quel dolore, come questo post assai meno bello ma funzionale. per fissare quello che mi sta giarndo intorno, per guardarlo negli occhi il dolore e un po’ vincerlo.

una settimana dopo riesco a mangiare, respiro quasi sempre e quando mi guardo allo specchio vedo una donna un po’ più forte. con il cuore gonfio e a tratti sanguinante. con le spalle larghe ma pur sempre bisognosa di un abbraccio.

e forse non sto poi così male. magari ho solo bisogno di tempo per capire il bello ed il brutto di questa primavera frettolosa.

come quando il cuore batte così forte che non senti la tua voce

essere una pallavolista dilettante come me comporta, inevitabilmente, l’avere un gene pestifero: quello dell’avversione per la corsa. provare per credere. non c’è pallavolista che ami andare a correre. è faticoso, privo di agonismo,… ci sentiamo morire senza un avversario vero, noi.

ci ho messo anni per trovare l’aspetto mistico della corsa. perchè c’è. c’è un lato zen che connette con il centro del proprio cuore. ma per trovarlo si deve arrivare a rompere il fiato e una pallavolista non lo capisce subito questo. che di solito noi il fiato lo rompiamo sputando il sangue sulla rete, di salto in salto, rotolandoci sul linoleum polveroso delle peggio palestre di tutta la provincia.

mentre corri non hai avversari, hai solo pensieri. pensi e respiri. e l’unico rumore è quello dei tuoi passi sull’asfalto. è un rumore che non puoi coprire, perchè ti rimbomba dentro le orecchie, dall’interno. non c’è iPod che tenga.

destro sinistro destro. inspira espira. due ritmi diversi che devi far coincidere. aria fresca dal naso, fiato sputato dalla bocca. e il tuo cuore che inizia a martellare fino nelle orecchie. pensi che possa esplodere. ti sembra che stia risalendo lungo l’esofago fino alla gola.

è lì che devi resistere. inspirare più forte e non perdere il ritmo con in piedi. spingerla l’aria nei polmoni. gonfiarli e pensare. continui a pensare mentre corri. non c’è sfida che ti possa distrarre. ed ogni nodo si accumula lì, nella gola, tirato in superficie dal tuo stesso cuore pulsante. pensi che ne morirai, come la piccola Elisewin e le sue sindromi di Stendhal. pensi che vorresti mollare ma hai grossi nodi da sciogliere ora. te li ha portati alla luce quel bastardo di cuore che tenevi pacato nel suo guscio di polmoni. non puoi fermarti. continui a pensare all’incessante ritmo dei tuoi piedi.

poi c’è un momento in cui tutto passa. il cuore torna al suo posto ma non smette di pulsare. come se la tua cassa toracica si fosse espansa per farcelo stare anche se era diventato enorme. e tutto è felice. sorride il cuore, sorridono i tuoi piedi che fano meno rumore, sorridi tu mentre inspiri con meno fatica. sorridi e non lo sai il perchè, tanto eri impegnata a sciogliere nodi. non te ne sei accorta, ma hai rotto il fiato. ed ora è come se volassi e potresti farlo per sempre.

sono secoli che non vado a correre. ma ti torna in mente come ti senti, quando passi delle ore con il cuore nelle orecchie e pensi che non sopravviverai a tanta emozione. poi ogni cellula di te sorride. terrorizzata, ma sorride. e il tuo cuore non è mai stato così felice…

il mio altro mondo

la Pasqua di purificazione io l’ho vissuta sulla mia pelle. chiusa in casa, fuori il diluvio battente, in casa un’aria di morte che non si riusciva a riprendersi. crisi familiari, panico inespresso, fantasmi che aleggiano nelle stanze borghesi del nostro elegante, sudatissimo appartamento. unico sollievo dato da “Le conseguenze dell’amore” di Sorrentino, che quasi un anno dopo quel dialogo disinvolto e traslucido sono riuscita a vederlo. e a pensare, sui titoli di coda, che VAFFANCULO poteva almeno essere un film orrendo!? e invece no, splendido e vibrante finisce per scorrerti nelle vene anche se non vorresti. un po’ come lui, diamine. per il resto Pasquetta la passi a stirare e rimuginare, immaginandoti sorridente e felicissima donna di casa pur non sapendo bene QUALE casa, che non si può avere nulla di definitivo, nemmeno i sogni a questo mondo! Continua a leggere

A+

quando la vita ruzzola via dalle mani di chi la crede perfetta ed inalterabile tutto finisce per seguirla. a rotolare giù per un pendio senza fine. sempre più giù.

giù il lavoro. giù la dieta. giù l’amore.

il cuore duro come un marmo. nessuna pietà. nessuno spiraglio. lasci enormi vuoti da riempire con l’alcol, il dolore e i dubbi. ti ricordi com’era quando DAVVERO dubitavi di tutto. smetti di credere a qualsiasi cosa.

ruzzola persino l’unica cosa che sai che non ti abbandonerà mai. in due parole di troppo e una ferita in più. che sai che potresti passarci sopra come nulla fosse. ma questa proprio non la volevi santire. nessuno spiraglio, nemmeno per lui, tuo fratello.

poi anche quel burrone ha una fine, o semplicemente si schianta su qualcosa. sul sangue. che non c’è niente più forte di quello. per quanto terribile e spietato possa essere non vincerà.

che comunque vada mio fratello ci sarà

stream of me #1

NUDI

pallidi e incerti.
rotto lo specchio.
pezzi di me scomposti sul pavimento.
pezzi di me rotti con lui.
pezzi che odio e rimprovero a lei.
pezzi di lei che mi guardano.
piccole gocce vermiglie dalle piante palide.
passi come ferite. passi che fanno paura.
passi da compiere. per me. con lei.

uguale a nessun altro

la Grazia dell’Unicità con cui la Natura, o semplicemente la Vita, non smetteranno mai di stupirci. lo splendore di una malinconica esistenza a rilucere ben più del richiesto…

tutti come lui, soli ed unici, nel tentativo di somigliarci e sentirci parte di Qualcosa. lo stesso Qualcosa che ci ha voluti così meravigliosamente diversi. che sciocchi esseri che siamo!

redenzione/perdizione

l’alba del giorno dopo arriva sempre più di una volta. arriva prima che sorga il sole, quando nel cuore di una notte troppo pensierosa sei sveglia al buio e sei tentata di comporlo ancora, quel maledetto numero. arriva quando a metà mattina il telefono di casa squilla e tu lo maledici, sapendo che è lei, la Megera, che se non fa la stronza di sabato mattina non è felice. e poi la chiave che gira nella porta e tuo fratello approda a casa e ti riporta a quelle che sono le cose che ti sei lasciata da fare. in realtà continua ad arrivare per tutto il giorno, mentre ti aggiri nervosa per casa, andando e venendo dal pc con la sola preoccupazione di sapere perchè ancora, dopo due anni, non riesci a capire com’è fatto.

è che dopo due anni, farsi sfuggire l’occasione di vivertelo per un po’ ha un mare di altri significati. su tutti forse la cicatrice che ti è rimasta, non volendo.

così, quando compare e si gongola provocatorio per l’ennesima vittoria, ti viene solo voglia di baciarlo e alla fine dei conti ti risolvi che ti odi ma non puoi farci nulla se lo vuoi così. e ti picchieresti perchè lo sai di essere una stronza, di quelle della peggior razza, di quelle che non se ne rendono nemmeno conto ma poi pensi anche che ogni tanto potrebbe lasciarti vincere che di due di picche te ne ha rifilati molti di più di quanti oggettivamente senti di poter meritare in una vita.

quando a metà pomeriggio pensi di averla riacciuffata, una seconda chance, ti calmi e finisci per riuscire anche nell’intento di sbrigare i compiti del sabato e di goderti quella inaugurazione che sai essere una cosa lontana dal tuo gusto ma che in fondo non vuoi mancare.

così ti ritrovi pronta ed operativa con un largo anticipo sulla serata, perchè, in fin dei conti, hai optato per quella versione di te comoda e collaudata che non devi dimostrare più di tanto, devi solo sentirti sexy e sicura quel poco che basta per non indietreggiare ancora.

è che quando sferra l’affondo, maledetto, dissimulando impegni con le tette dietro ad altro, fa terribilmente male alla fragile serenità che hai recuperato con le unghie nel corso di tutta la giornata.  come se vincere non fosse abbastanza… e tu con le ciglia lunghe e gli orecchini ai lobi ti ritrovi sciolta sul divano, destrutturata e priva di qualsiasi voglia di mettere il naso fuori di casa. vorresti le coccole. vorresti piangere. vorresti una vasca di gelato o semplicemente dello stracchino che non sia light.

poi il telefono squilla provvidenziale e di là c’è chi ti dice che dopo cena si va a ballare il rock in romagna e tu pensi che un po’ di pogo e una sudata non possono che farti bene. e poi la meraviglia è che sei anche pronta, già perfettamente a tema: comoda, ammiccante e marcatamente rock. così ti obblighi ad uscire e rimandi l’abbruttimento a qualche ora dopo.

salvo poi vedere miseramente sfumare l’opzione capannone rockeggiante con un prepotente riemergere della classica movida per i circoli cittadini. ed è lì che arriva provvidenziale The Newyorker, appena rientrato a ringiovanire il suo visto in terra patria, che se ne esce con la parola magica che sin dai tempi del liceo è indiscusso sinomino di pulsante trasgressione. e ti si ferma il sangue per un istante mentre, a dispetto della stanchezza, delle finanze non proprio floride e del dichiarato cattivo umore, non riesci a trattenerlo quel “” lascivo e sognante che ti garantisce un passaggio per la perdizione.

e ti ritrovi immersa nelle paiette, nell’ambiguità come regola aurea, nelle sonorità martellanti, negli occhiali da sole nel cuore della notte (che questa è l’unica cosa che non capirai mai, sul serio). e sei come catalputata indietro nel tempo, ai tempi in cui la chimica ti cresceva tutta attorno e resistervi è sempre stata la tua stoica battaglia. e lì, adulta e forzatamente astemia, pensi che sì, in fondo, si può anche sopravvivere senza.

e più che sopravvivvere direi rivivere, redimere ogni senso di colpa, ogni pudore, ogni pensiero vagamente spiacevole. frugare nella grande borsa da escort che non ti separa mai, legare una coda da amazzone sopra la testa, benedire il tuo eyeliner onnipresente e portare in mezzo alla pista il kilt vagamente punk e la t-shirt da rocker. trasformarsi in un pupazzo a molla. ritrovarle le smorfie incontrollabili che a cui ti lasci andare felice mentre in una costante sfida con te stessa ondeggi, rimbalzi, ridi, sei sul pezzo, sudi.

è in quel turbine liberatorio che le senti scivolare sulle gambe accaldate ed avvicinarsi al bordo della gonna. e mentre con finta disinvoltura tenti di riportare le autoreggenti ad un livello meno pericoloso, hai la fugace visione della parte sexy che hai nascosto furbina sotto le pieghe scozzesi. e ti viene tanto da ridere, perchè ora ti è tornato in mente: bisogna essere un po’ pirla a lasciarti a casa!

Serendipity un Cacchio!

“gli amori impossibili sono quelli indimenticabili”

ecco, io l’ho sempre adorato. lo trovo delicato, geniale, profondo,… VERO!

ma ieri sera Ferzan Ozpetek lo avrei preso a schiaffi. ma proprio a mani larghe, di quelli ben piazzati, in numero indefinitio, ma più o meno, come diciamo noi, a due a due finchè non diventan dispari.

che io sul divano di casa mia non ho MAI tremato. e giuro che quel divano ne ha viste, nè!