a fare la TAC

“Ciao, tu sei Cioppy? Scusa, è che davvero ti dovevo conoscere!”

E perchè, poi, conoscermi? Cosa ci sarebbe da conoscere? Cos’è che voi vedete e a me sfugge? Perchè sul serio io non la conosco sta qui che tutti siete fieri di conoscere. Io non so chi sia.

So che c’è. So che piace. So che è brava. Non so chi sia.

Fammi un favore, amico mio, nuovo amico della Cioppy, di quella coraggiosa e senza troppe paranoie. Fammi un favore: conoscila, sforzati di capirne i segreti. E poi presentamela. A quella me che ancora sta qui a piangersi addosso, a sperare nella scrivania e nel mezzo tacco. A quella che se fosse per lei sarei già come mia madre. A quella talmente grigia e pesante da non rendere visibile l’altra.

Presentamela, fammela vedere, che da sola inizio a temere che non ce la farò, sul serio, la potrò solo intuire e invece ho bisogno di capirla, misurarla, darle la giusta importanza. Rendila fluorescente, inniettala col mezzo di contrasto, come una TAC: fammi vedere che bella che è.

Perchè è a questo che serve la TAC, no? A vedere che bello è il cancro che ti sta crescendo dentro, a capire che forma abbia e se sia il caso di asportarlo. Se ci sia o no speranza per quel che gli resta intorno. O se semplicemnte non ci sia più nulla da fare. E allora capire dove andrà a far più danni, quali gli organi che ha già intaccato, e quali siano ancora in grado di svolgere le loro funzioni.

Perchè io lo devo capire fino a che punto questa creatura meravigliosa si è fatta spazio. Devo arrivare a vederla dilagare dentro i miei grigi per convincermi che ci sia, che stia vincendo. Nonostante tutto. Nonostante me. Lei vince.

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